A 84 anni è morto il grande giurista, politico e intellettuale Stefano Rodotà. Da sempre in prima fila per la difesa dei diritti civili individuali dell’uomo, nel rispetto della Costituzione italiana. Su Eluana Englaro disse: “Morire con dignità non è forse uno dei diritti fondamentali della persona?” La sua ultima battaglia a dicembre, sostenne il ‘no’ al referendum costituzionale

24 GIUGNO 2017

di Francesca Ceriani

ROMA – E’ morto, all’età di 84 anni, Stefano Rodotà. Il giurista ed ex parlamentare si è spento venerdì 23 giugno a Roma; e con lui se ne va un pezzo della politica migliore, quella che in Italia sembra non esistere più da  tempo, un intellettuale di altissima caratura, un uomo laico e libero.

Uomo di sinistra

Non è facile  ‘etichettare’ Rodotà, inquadrarlo in una definizione precisa: da sempre uomo di sinistra (quella vera),  fu eletto deputato per la prima volta nel 1979 come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano, dopo aver rifiutato un’offerta dei Radicali di Pannella, ai quali Rodotà preferisce Berlinguer; passò poi a essere indipendente di sinistra e, infine, nel 2013 è stato candidato, non eletto, per l’elezione del Presidente della Repubblica Italiana, votato dal Movimento 5 stelle, da Sinistra ecologia libertà e da alcuni deputati del Partito democratico. Lo studio (da giurista) prima e la politica poi sono state le passioni che lo hanno divorato durante tutta la sua esistenza, senza escludersi e senza sopraffarsi: milita nei Radicali sin da ragazzo, scrive e consuma libri (“non c’è un giorno nel quale non abbia preso un libro in mano”, dirà) e, a neanche 40 anni, diventa professore ordinario di Diritto civile alla Sapienza di Roma. Dal 1997, durante il primo governo di Romano Prodi, fino al 2005 è stato il primo Presidente del Garante per la protezione dei dati personali; scrive sui giornali (tra le altre, un’importante collaborazione fu quella con ‘La Repubblica’) e porta le sue conoscenze in tutto il mondo, insegnando a Oxford, negli Stati Uniti, in Francia, in Germania.

Cattiva cultura, cattiva politica

Con una frase che sa di profezia, pronunciata nel 2000, in tempi non sospetti, disse: “C’è un impoverimento culturale che si fa sentire, la cattiva politica è figlia della cattiva cultura”. E la buona politica, la politica che si batte per i diritti sociali di tutti e non per interessi personali, è stata la sua ‘stella polare’, quella che lui stesso definì la sua “mania”. Tante le battaglie portate avanti da Rodotà. La laicità dello Stato e il rapporto tra lo Stato e la Chiesa,  la difesa dei valori della Costituzione, la bioetica e la libertà di stampa. Famoso il suo discorso sulla ‘morte dignitosa’ di Eluana Englaro: “Morire con dignità non è forse uno dei diritti fondamentali della persona?”, aveva dichiarato in una trasmissione televisiva di fronte a un attonito Angelino Alfano. Più volte il grande giurista ha definito “indegna” la classe politica (noto il suo impegno negli anni del primo governo Berlusconi, di cui denuncia le storture, i conflitti d’interessi). E come dimenticare la lotta per i diritti degli omosessuali? “Per uscire dalla regressione nella quale siamo precipitati – scrive nella prefazione a ‘L’abominevole diritto’ – nulla sarebbe più forte del riconoscimento pieno dei diritti degli omosessuali”. Diritto di sposarsi e diritto di adottare.

L’ultima battaglia

La sua ultima battaglia, quella in difesa della Costituzione, contro il referendum costituzionale dello scorso 2 dicembre: “Ci sono elementi che non possono essere messi in discussione”, aveva dichiarato al Il Fatto Quotidiano. Non è facile ‘etichettare’ Stefano Rodotà, lo ripetiamo. Ma è senz’altro semplice riconoscerne le doti umane, intellettuali e politiche: doti, ahinoi, sempre più rare nei politici dei nostri tempi.