Dalla vecchia cosca gelese al “Consorzio delle mafie” in Lombardia, gli stessi nomi ritornano. Le voci su una candidata super votata. La politica tace. E la giunta arriva tardi persino al processo
BUSTO ARSIZIO (VARESE) – La mafia a Busto Arsizio esiste nelle relazioni della Dia, nelle sentenze, nelle condanne, nei sequestri, nelle testimonianze dei collaboratori di giustizia e nelle carte della Dda di Milano. È documentata da almeno quarant’anni. Eppure, nel dibattito pubblico cittadino, sembra non esistere. Nessuno ne parla. Non il sindaco, non gli assessori, non i consiglieri della maggioranza formata da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Come se il clan gelese, i Rinzivillo, Rosario Vizzini, i fratelli Nicastro e oggi l’inchiesta Hydra appartenessero alla storia di un’altra città.

Quando a Busto si parlava già del clan gelese
Negli anni Ottanta e Novanta, a Busto Arsizio, del clan dei gelesi si parlava parecchio. Si diceva che avesse le mani in pasta dappertutto: negli affari, nei locali, nelle imprese e persino nella politica. Circolavano voci sulla capacità di orientare voti, favorire l’elezione di consiglieri comunali e avere un assessore di riferimento tra le file dell’allora Partito socialista italiano. Erano chiacchiere, sospetti e racconti mai trasformati in un’inchiesta capace di accertare eventuali rapporti tra mafia e politica. All’epoca, del resto, le indagini sulle relazioni tra cosche e amministrazioni locali al Nord erano rare. Ma il clima era quello: la sensazione che i gelesi fossero entrati in profondità nel tessuto economico, sociale e politico della città.
La Lega denunciò il problema, poi smise di parlarne
La Lega Lombarda, allora all’opposizione, fece intendere più volte che il problema esistesse. Poi conquistò il governo di Busto Arsizio. Da quel momento, il tema mafia si dissolse. Quello che prima veniva evocato contro il vecchio sistema politico sparì dall’agenda pubblica una volta raggiunto il municipio. È un passaggio destinato a ripetersi fino a oggi: la mafia viene raccontata dalle inchieste, ma rimossa dalla politica locale. Le sigle delle operazioni cambiano, i nomi tornano, le sentenze si accumulano. Nel palazzo comunale, però, il silenzio resta.
L’omicidio Mirabile e la vecchia mafia del Varesotto
Il 17 maggio 1989, in pieno centro a Gallarate, venne assassinato l’avvocato Antonio Mirabile, 41 anni. Quattro colpi di pistola sparati sotto il suo studio di via Manzoni. Un delitto che sconvolse l’ambiente giudiziario e che, molti anni dopo, sarebbe tornato nelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Rosario Vizzini. Vizzini raccontò di avere organizzato l’agguato, dopo aver ricevuto il mandato proveniente dai vertici dei Rinzivillo. Secondo la sua ricostruzione, Grazio Gerbino gli avrebbe trasmesso l’ordine di Antonio Rinzivillo; Marco Salinitro avrebbe sparato, Giuseppe Trubia avrebbe guidato la Kawasaki e Francesco Battaglia avrebbe seguito il gruppo a bordo di una Fiat Ritmo.
Una vendetta per la difesa di Salvatore Fiorito
Il movente sarebbe stato legato a un processo nel quale Mirabile, secondo la cosca, si sarebbe impegnato troppo nella difesa di Salvatore Fiorito, ex alleato e poi rivale dei gelesi. Una difesa considerata troppo brillante e favorevole all’uomo che il clan ormai vedeva come un nemico. La morte del penalista sarebbe stata quindi una vendetta mafiosa per lavare un’onta ritenuta intollerabile. Una decisione maturata a Gela e trasformata in un agguato nel cuore di Gallarate: il segno di una presenza criminale già radicata nel Varesotto alla fine degli anni Ottanta.
Assoluzioni definitive e una verità senza condanna
La storia giudiziaria dell’omicidio fu tormentata. Il fascicolo venne archiviato nel 1990, riaperto e nuovamente archiviato nel 1992. Nel 1995 le dichiarazioni di Salvatore Trubia portarono a un nuovo processo. Nel 1998 tutti gli imputati furono assolti dalla Corte d’Assise. Tre anni dopo, la Corte d’Appello trasformò quelle assoluzioni in ergastoli e altre pesanti condanne. Dopo una lunga serie di rinvii, il 28 giugno 2006 la Cassazione pronunciò l’assoluzione definitiva per tutti e ordinò l’immediata scarcerazione.
La nuova pista su Grazio Gerbino
Gli imputati originari non possono essere processati di nuovo. Le successive dichiarazioni di Vizzini aprirono però un nuovo fronte su Grazio Gerbino, che non era comparso tra gli imputati dei precedenti processi. Il suo nome venne indicato come quello dell’uomo che avrebbe recapitato l’ordine di morte e procurato la moto al gruppo di fuoco. Non un cold case, dunque, ma un delitto del quale gli inquirenti ritengono di avere ricostruito la dinamica, senza che quella verità abbia prodotto una condanna definitiva per gli uomini già processati.
Rosario Vizzini, il capo che visse ad Arconate

Vizzini non era un gregario. Era il referente dei Rinzivillo nel Nord, l’uomo capace di ricevere gli ordini da Gela e trasformarli in intimidazioni, estorsioni e, secondo le sue stesse dichiarazioni, omicidi nel Varesotto. Per un periodo visse ad Arconate. La sua situazione giudiziaria sembrava relativamente tranquilla: era stato assolto nel processo Mirabile, pur restando sottoposto a sorveglianza. Ma anche allora non riusciva a passare inosservato.
L’auto lanciata a folle velocità per il paese
Un giorno la Polizia locale inseguì un’automobile che sfrecciava a velocità folle per le strade di Arconate. Quando gli agenti riuscirono a fermarla, a bordo trovarono proprio Vizzini. Secondo voci mai chiarite, avrebbe anche effettuato investimenti in paese. Dettagli che non sono mai emersi pubblicamente e che, per questo, restano sul piano delle indiscrezioni. Anche in una fase giudiziariamente tranquilla, però, il vecchio uomo dei Rinzivillo continuava a farsi notare.
La latitanza balneare e l’arresto a Diano Marina
Dopo una successiva condanna, Vizzini scomparve. La sua latitanza durò pochi giorni. Venne arrestato sulle spiagge di Diano Marina mentre offriva un cocktail a una giovane donna. Non stava cercando una base clandestina all’estero e, secondo il racconto, non aveva nemmeno intenzione di fuggire davvero. Voleva soltanto godersi qualche giorno di mare prima di entrare in carcere. Una scena da romanzo criminale, perfettamente coerente con un personaggio appariscente e spavaldo.
La scelta di collaborare con la giustizia
Successivamente Vizzini venne coinvolto in altre inchieste e decise di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni consentirono anche di ritrovare i resti di Salvatore D’Aleo, uomo della cosca ucciso e fatto sparire a Vizzola Ticino. L’ex capo della mafia bustocca iniziò così a raccontare omicidi, estorsioni, rapporti interni ai clan e vecchi segreti sepolti per anni. La sua figura diventa il ponte tra la stagione originaria dei gelesi e quella successiva, dominata dai Nicastro.
I gelesi osservati in corso Europa
Nel 2004, in corso Europa a Busto Arsizio, gli investigatori osservavano un gruppo di uomini che occupava abitualmente il marciapiede all’angolo con via Cavallotti. Sempre le stesse facce, sempre gli stessi incontri. La provenienza era gelese. Le informative parlavano di un “contesto malavitoso ben organizzato”, imperniato su un vincolo associativo di stampo mafioso. Al vertice veniva indicato Vizzini, referente nel circondario bustocco del clan Rinzivillo e collegato alla famiglia Madonia.
I Nicastro indicati come luogotenenti
Come luogotenenti comparivano i Nicastro. È qui che si compone il filo rosso destinato ad attraversare tutte le inchieste successive: Rinzivillo, Vizzini, Nicastro, Busto Arsizio. Vent’anni dopo, gli stessi cognomi torneranno nelle carte di Hydra. Non come una comparsa improvvisa, ma come l’ultima evoluzione di una struttura mafiosa che aveva già costruito rapporti, attività economiche e capacità di intimidazione sul territorio.
Tagli Pregiati: la Dia certifica il sistema
Nel dicembre 2006 scattò l’operazione “Tagli Pregiati”, un vasto blitz contro il clan Rinzivillo, radicato a Gela ma già ramificato nel Centro-Nord Italia e in Germania. L’inchiesta mise in luce estorsioni, traffico di droga, riciclaggio, imprese commerciali e gestione di manodopera irregolare nei cantieri. La Lombardia non era una zona di passaggio, ma uno degli obiettivi principali della strategia economica della cosca.
Busto Arsizio citata nella relazione della Dia
La Relazione del ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività della Direzione investigativa antimafia, pubblicata nel 2007, dedicò un passaggio esplicito a Busto Arsizio. La Dia scrisse che le indagini sugli interessi della famiglia Rinzivillo in Lombardia, “ed in particolare nel territorio di Busto Arsizio”, avevano fatto emergere imprese mafiose gelesi attive negli appalti pubblici e nel riciclaggio.
Ventuno aziende e oltre 20 milioni di euro
L’operazione portò al sequestro di 21 aziende, per un giro d’affari superiore ai 20 milioni di euro. Non singoli mafiosi emigrati al Nord, dunque, ma un sistema economico radicato nel territorio e capace di infiltrare settori strategici. Già nel 2007, quindi, una relazione ufficiale al Parlamento certificava che Busto Arsizio era uno degli epicentri lombardi degli interessi dei Rinzivillo. Una realtà impossibile da ignorare, almeno sulla carta.
Fire Off, settant’anni di carcere alla mafia bustocca
Nel 2011 arrivò l’operazione “Fire Off”, condotta dalla Squadra Mobile di Varese e coordinata dalla Dda di Milano. L’indagine prese avvio da un attentato commesso a Induno Olona ai danni di una vittima del gruppo. Gli investigatori ricostruirono decine di estorsioni ai danni di imprenditori, traffici di droga, disponibilità di armi e una struttura mafiosa riconducibile ai clan Rinzivillo e Madonia.
Le condanne ai fratelli Nicastro

Le condanne furono pesantissime: 20 anni a Fabio Nicastro, 12 al fratello Dario e a Emanuele Napolitano, 10 a Vizzini e Rosario Bonvissuto, 8 a Emanuele Italiano. Circa settant’anni di carcere complessivi. Fabio veniva indicato come uomo di collegamento del gruppo Madonia, mentre Vizzini rappresentava il riferimento settentrionale dei Rinzivillo. I Nicastro non erano figure marginali: occupavano già una posizione centrale nella struttura mafiosa bustocca.
Tetragona e la collaborazione tra gruppi rivali
L’operazione “Tetragona” completò il quadro e portò a 63 gli arresti. Vennero colpiti due gruppi attivi sia a Gela sia nel territorio bustocco: quello Emanuello-Rinzivillo, riconducibile a Vizzini, e quello Madonia, nel quale Fabio Nicastro svolgeva un ruolo centrale. Le operazioni portarono al sequestro di beni per oltre 10 milioni di euro: imprese edili, conti correnti, appartamenti, ville e persino una barca di 14 metri.
Al Nord gli affari cancellavano le guerre siciliane
Dalle indagini emerse un dato destinato ad anticipare Hydra: organizzazioni che in Sicilia si combattevano riuscivano a collaborare pacificamente al Nord, perché gli affari erano più importanti delle rivalità. A Busto Arsizio la convivenza tra gruppi mafiosi diversi era economicamente vantaggiosa. Il metodo era già quello del futuro Consorzio: evitare le guerre, spartire gli affari e mettere in comune relazioni, imprese e capacità criminali.
Hydra, la mafia a tre teste
Hydra è l’inchiesta della Dda di Milano sul cosiddetto “consorzio delle mafie”, una struttura nella quale esponenti di Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra avrebbero superato le tradizionali divisioni per condividere strategie, affari e controllo del territorio lombardo. Non alleanze occasionali, secondo l’accusa, ma un sistema stabile e unitario. Una mafia a tre teste capace di occuparsi di droga, estorsioni, riciclaggio, imprese, appalti e penetrazione nei circuiti economici della regione più ricca d’Italia.
Sessantadue condanne nel rito abbreviato
Nel gennaio 2026, al termine del rito abbreviato, il giudice Emanuele Mancini ha riconosciuto l’esistenza dell’associazione mafiosa unitaria contestata dalla Procura. La sentenza ha portato a 62 condanne, 18 assoluzioni e quasi 500 anni complessivi di carcere. Altri 45 imputati sono stati rinviati a giudizio nel rito ordinario. Per loro il processo è ancora in corso e vale la presunzione di innocenza.
I Nicastro ancora al centro del sistema

Tra gli imputati del rito ordinario compaiono Dario Nicastro, Fabio Nicastro, Francesco Nicastro e Bonvissuto. La Dda parte da quanto già accertato con Fire Off: Dario e Fabio erano referenti lombardi della famiglia Rinzivillo. In Hydra vengono accusati di essere componenti del sistema mafioso lombardo, con funzioni decisionali, operative ed economiche. Le contestazioni sono ancora sottoposte al giudizio del Tribunale.
Ristorazione, logistica, parcheggi ed edilizia
I magistrati contestano ai Nicastro attività nei settori della ristorazione, della logistica, dei parcheggi privati, degli esercizi commerciali e dell’edilizia. Avrebbero curato investimenti, intestazioni fittizie, acquisizioni societarie e reimpiego di profitti illeciti. Tra le attività richiamate nelle carte compaiono Chocolat srls, il bar Fermata 36 e Fin Group srl.
Estorsioni e autorizzazioni a delinquere
A Dario e Fabio vengono inoltre attribuite funzioni direttive nelle intimidazioni e nelle estorsioni ai danni di Francesco Picone, Romanelli e Vitale. Secondo la Dda, avrebbero avuto persino il potere di autorizzare lo svolgimento di attività criminali sul territorio del gruppo. Una formula che descrive non semplici partecipanti, ma uomini capaci di decidere chi potesse delinquere e a quali condizioni.
Il summit di Castano Primo

Il 23 aprile 2021, secondo la ricostruzione della Procura, si svolse un summit in un terreno agricolo di Castano Primo riconducibile a Giacomo Cristello. L’incontro sarebbe stato finalizzato alla ricostituzione della locale di ’ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. Vi avrebbero partecipato storici affiliati, aspiranti affiliati ed esponenti di Cosa nostra operanti in Lombardia.
Cosa nostra e ’ndrangheta allo stesso tavolo
Tra i presenti vengono indicati Massimo Rosi, Cristello, Francesco Bellusci, Roberto Toscano, Dario e Fabio Nicastro e Bonvissuto. È l’immagine più chiara dell’evoluzione mafiosa: gli uomini della vecchia componente gelese di Busto Arsizio seduti allo stesso tavolo con la ’ndrangheta per discutere strutture e strategie comuni.
Bellusci: «A Busto tutti si mettevano a disposizione»

Le dichiarazioni di Bellusci, ex esponente della ’ndrangheta di Lonate Pozzolo e oggi collaboratore di giustizia, descrivono una città piegata alla reputazione criminale dei Nicastro e di Bonvissuto. «Disponevano di tantissime amicizie lì su Busto Arsizio, quando arrivavano loro comunque le persone si mettevano tutti a disposizione. E questo vale soprattutto per Dario e Rosario», ha raccontato.
Non affiliati, ma cittadini comuni
Bellusci non parlava soltanto di affiliati o fiancheggiatori. Parlava di cittadini comuni, gestori di locali e clienti che riconoscevano il peso di quei cognomi e sceglievano il quieto vivere. La pm Alessandra Cerreti ha definito questo fenomeno una “mafiosità immanente”: un potere che non ha bisogno di manifestarsi ogni volta attraverso una minaccia, perché è già conosciuto e temuto.
Le consumazioni offerte e il rispetto imposto
Bellusci ha raccontato scene apparentemente banali. I Nicastro e Bonvissuto entravano in un bar, ordinavano da bere e, al momento di pagare, scoprivano che qualcuno aveva già saldato il conto. Non necessariamente il titolare. Spesso erano gli stessi clienti presenti nel locale a offrire spontaneamente. Un gesto che, nelle parole del collaboratore, non nasceva dalla simpatia, ma da una forma di rispetto e assoggettamento.
«Tutta la comunità del bar dava loro retta»
«Tutta la comunità di quel bar dava retta a tutti i Nicastro», ha spiegato Bellusci. Non serviva impartire ordini. Bastava esserci. Il potere mafioso emerge proprio da questo: la capacità di ottenere obbedienza senza doverla pretendere apertamente, perché la fama criminale precede i protagonisti e trasforma la paura in disponibilità.
Lo schiaffo nel bar pieno e nessuno che interviene
Un episodio raccontato dal collaboratore riguarda un uomo legato ai Mangiapane di Rescaldina, convocato in un bar di Busto Arsizio sopra il bowling. Il locale era pieno. Bonvissuto si avvicinò da dietro e gli sferrò uno schiaffo violentissimo, facendolo sanguinare. La figlia dello stesso aggressore si mise a piangere. Nessuno, però, intervenne.
Il silenzio dei clienti e del titolare
Non si mossero i clienti e non si mosse il titolare, pur avendo assistito alla scena. Per Bellusci, quella reazione dimostrava il livello di soggezione raggiunto: avrebbero potuto puntare una pistola alla vittima senza che nessuno parlasse. È il ritratto di una città nella quale la forza mafiosa non si limita alle attività illegali, ma modifica il comportamento delle persone e annulla ogni reazione.
«A Busto comando io»
Il caso Picone, titolare di un locale e oggi parte civile nel processo, restituisce la dimensione concreta del dominio mafioso contestato ai Nicastro. Le minacce riportate negli atti sono esplicite: «Ti strozzo con le mie mani», «Appena vengo gli taglio la testa», «Se io voglio ti faccio chiudere», «Non devi dire nulla agli sbirri» e soprattutto «A Busto comando io».
Il gesto della gola tagliata
La moglie dell’imprenditore ha raccontato che Dario mimò anche il gesto della gola tagliata. All’origine dello scontro ci sarebbe stato il comportamento del figlio Francesco, entrato dietro il bancone per prendere birre e distribuirle gratuitamente agli amici. Un gesto che racchiude una pretesa assoluta: entrare in un’attività altrui, servirsi senza pagare e minacciare chi prova a opporsi.
Quarant’anni di voci sul rapporto tra mafia e politica
Il sospetto di una capacità mafiosa di influenzare il consenso politico attraversa la storia recente di Busto Arsizio. Negli anni Ottanta e Novanta si parlava dei rapporti tra i gelesi e il vecchio sistema cittadino. Oggi quelle voci non sono completamente scomparse. Anche dopo le ultime elezioni comunali sono circolate indiscrezioni su un presunto sostegno di ambienti vicini ai Nicastro a una candidata poi eletta con un numero eccezionalmente alto di preferenze.
Voci non provate, ma mai davvero scomparse
Non esistono, allo stato, elementi pubblici e verificabili che consentano di trasformare queste voci in un’accusa. Nessun nome può essere fatto e nessun fatto può essere affermato. Ma il clima resta, e continua a riproporre lo stesso interrogativo: quanto pesa ancora quel sistema nelle relazioni sociali ed elettorali della città?
La politica cittadina continua a non vedere
Di tutto questo, però, la politica bustocca non parla. O almeno non ne parla con la continuità e la forza che una storia simile imporrebbe. Non ne fanno una battaglia pubblica la Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia. Non intervengono il sindaco, gli assessori e i consiglieri di maggioranza. Nessuna iniziativa politica permanente, nessuna vera assunzione di responsabilità collettiva.
Le carte parlano, il palazzo tace
La Dia scriveva di mafia nel 2007. Le sentenze di Fire Off parlavano di mafia. Hydra parla di un sistema mafioso lombardo nel quale ricompaiono gli stessi uomini. Bellusci racconta una città che si metteva a disposizione. Eppure, a Busto Arsizio, sembra che il problema appartenga sempre a qualcun altro. Le carte si accumulano, ma il tema non entra stabilmente nel dibattito pubblico cittadino.
Il Comune arriva tardi persino al processo Hydra
Il silenzio politico ha prodotto anche una conseguenza concreta. Il Comune di Busto Arsizio non si è costituito tempestivamente parte civile nel processo Hydra. Ha atteso, ha temporeggiato e si è mosso soltanto dopo una sollecitazione della Dda. Quando ha depositato la richiesta, però, il termine era ormai scaduto.
Escluso per tardività nella costituzione
Il Tribunale ha escluso Busto Arsizio dal processo per “tardività nella costituzione”. Non perché la città non potesse essere considerata danneggiata, ma perché l’amministrazione è arrivata fuori tempo massimo. I giudici sono stati espliciti: «Non potevano ignorare il fatto». Una frase che pesa ancora di più in una città nella quale la presenza mafiosa era documentata da decenni.
La mafia nelle carte, il silenzio nel palazzo
Da quarant’anni le carte giudiziarie raccontano la stessa storia. I Rinzivillo sullo sfondo, prima Vizzini e poi i Nicastro alla regia, Bonvissuto al loro fianco. Gli appalti, le imprese, il riciclaggio, le estorsioni, i locali, le minacce, il controllo sociale e infine il Consorzio Hydra. Hydra non scopre la mafia a Busto Arsizio. Ne fotografa l’ultima evoluzione: la vecchia componente gelese che entra in un sistema più grande e si siede allo stesso tavolo con ’ndrangheta e camorra. A Busto Arsizio la mafia esiste nelle sentenze, nelle relazioni della Dia e negli atti della Dda. L’unico luogo in cui sembra inesistente è la politica cittadina.






