Ex assessore denuncia comandante polizia locale e la Procura lo indaga, ma il governo Renzi cancella l’ingiuria

3 FEBBRAIO 2016

di Ersilio Mattioni

BUSTO GAROLFO (MILANO) – Lei, l’ex assessore Patrizia D’Elia (nella foto), lo aveva denunciato per ingiuria e minacce; lui, il capo dei vigili Antonello Grassi (nella foto), aveva respinto le accuse al mittente. E allora ci aveva pensato il Pubblico ministero della Procura di Busto Arsizio, Francesca Parola, ad aprire un fascicolo (il numero 904/2015) e a svolgere le indagini, decidendo alla fine di chiedere il rinvio a giudizio per Grassi ma soltanto per ingiuria, ritenendo che non vi fossero elementi sufficienti a procedere anche per minacce.

Reato cancellato

Oggi però il quadro cambia radicalmente: prima la Camera e poi il Senato hanno infatti approvato la depenalizzazione di una serie di reati considerati minori, fra cui l’ingiuria. Il parlamento combina anche un piccolo pasticcio, creando un vuoto legislativo. Ne consegue che, d’ora in poi, chiunque sarà libero di poter offendere impunemente un’altra persona, senza il pericolo di incorrere né in un procedimento penale né in una condanna civile al risarcimento del danno.

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Insulto libero

Se consideriamo poi che la depenalizzazione è retroattiva e che nessun cittadino – principio base del diritto – può essere condannato per un reato che non esiste più, cosa rischia il comandante Grassi in caso di condanna? Poco, quasi nulla, cioè una semplice multa. L’ex assessore D’Elia, che oggi siede sui banchi dell’opposizione di centrodestra, si dice amareggiata, anche se altro non può fare che prendere atto delle decisioni del parlamento e delle ripercussioni che queste avranno sull’inchiesta. D’Elia però si dice comunque determinata ad arrivare fino in fondo. E chiosa: “Una multa è meglio di niente”.

La difesa

Il capo dei vigili, dal canto suo, non si scompone. Afferma anzi di non aver mai temuto una condanna e di essere stato “trascinato in una vicenda senza né capo né coda”. Ma ormai è del tutto inutile continuare a parlarne, perché con la depenalizzazione del reato di ingiuria perde di importanza l’intero procedimento, che non si potrà concludere né con una condanna in sede penale né con un risarcimento in sede civile.

La storia

La vicenda era cominciata nel maggio 2014. Secondo D’Elia, il capo dei vigili l’avrebbe pesantemente insultata e minacciata nella sede del comando dei polizia locale dopo un alterco sul trasferimento di un agente: “Quella mattina – racconta l’ex assessore della giunta di centrodestra, guidata dal sindaco Angelo Pirazzini – sono passata assieme a mio padre al comando per una visita di cortesia, per salutare gli agenti. Avevo quest’abitudine da assessore e l’ho conservata anche dopo (nel maggio 2014, a Busto Garolfo, ha vinto il Pd e D’Elia è stata eletta sui banchi dell’opposizione, ndr). Il comandante Grassi, cui mi ero rivolta gentilmente, mi ha ricoperto di insulti e minacce”. Diversa la versione del capo dei vigili: “Si è trattato di una normale discussione, una scambio di opinioni che, tra l’altro, non sarebbe neppure dovuto avvenire, dal momento che il comando di polizia locale non è certo un luogo aperto al pubblico per discutere o chiacchierare”.

Le indagini

La Procura di Busto Arsizio però aveva creduto alla versione di D’Elia e aveva indagato Grassi per ingiuria. Il capo dei vigili, nel frattempo, aveva detto di non saperne nulla. Ed era vero, perché Grassi era stato raggiunto da un unico avviso, notificato dai Carabinieri della locale stazione: una banale elezione di domicilio. In termini più semplici, i Carabinieri ti convocano e ti comunicano che c’è un’indagine in corso che ti riguarda, invitandoti a nominare un avvocato di fiducia. Però non ti dicono né di che tipo di indagine si tratti né chi ti ha denunciato.

L’ultimo atto

La conclusione di questa vicenda dipenderà comunque dal Giudice di pace, che potrà archiviare tutto oppure – e sarebbe il colmo per un capo dei vigili – chiedere che Grassi paghi una multa.

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