Bizzarra decisione della prefettura di Pavia, che ha spedito 25 immigrati a Casa Matti: una frazione dove vivono 25 pensionati, dove i mezzi pubblici sono un terno al lotto, dove i carabinieri ci mettono 40 minuti per arrivare e dove ormai non è rimasto nulla. L’ultimo bar ha chiuso più di vent’anni fa. I profughi stanno in albergo, fuori non c’è niente. In pratica sono stati isolati dal mondo

30 MARZO 2016

di Ersilio Mattioni

ROMAGNESE (PAVIA) – Si chiama Casa Matti ed è una piccola frazione di Romagnese, in provincia di Pavia. Qui sono approdati 25 profughi. Tanti quanti sono gli abitanti, 25 per l’appunto, quasi tutti pensionati che vivono nel piccolo borgo sul del monte Penice. I profughi non hanno nulla da fare, non si possono spostare e sono in pratica isolati dal mondo. Così il caso è finito in parlamento con un’interrogazione del capogruppo della Lega Nord al Senato, Gianmarco Centinaio, che ha raccolto i timori dei residenti: hanno paura che i migranti, annoiati e di fatto prigionieri in un hotel, possano compiere atti delinquenziali. Processo alla intenzioni? Sì, un po’. Però la storia raccontata da Ermanno Bidone sul Corriere della Sera offre uno spaccato, per certi aspetti devastante, su come viene gestita l’emergenza profughi in Italia.

Casa Matti, il contesto

Nella frazione di Romagnese  i 25 richiedenti asilo arrivati dall’Africa, uomini tra i 20 e i 30 anni, stanno in un vecchio albergo. Quando sono arrivati, il 27 febbraio scorso, c’era una piccola tormenta di neve e il pulmino ha faticato non poco per raggiungere la meta, che sta a 1.000 metri di altitudine. Gli altri 25, i residenti, sono tutti pensionati. Tranne 5, persone in età lavorativa: l’albergatore e la sua famiglia. Da queste parti gli unici forestieri che fanno capolino sono le famiglie coi bimbi piccoli: vanno a sciare. Non è un posto comodissimo, Casa Matti. Dista 7 chilometri di stradine improbabili da Romagnese, 18 da Varzi (dove c’è l’ospedale) e i carabinieri di Zavattarello, se non nevica, ci mettono più di mezzora ad arrivare. L’unico negozio, un bar che vendeva giornali e sigarette, ha chiuso negli anni ’90. Neppure sulla posta si può fare affidamento: arriva ogni tanto. E prendere un mezzo pubblico è come vincere alla lotteria. Ad aggravare la situazione c’è il disservizio dell’acqua, che d’estate arriva col contagocce per problemi agli impianti. Chi non ha l’auto, qui, è davvero fuori dal tempo.

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La strana decisione

Allora chi li ha mandati, i 25 profughi, in un posto del genere? Il ministero degli Interni in collaborazione con la prefettura di Pavia. E nessuno si è chiesto cosa avrebbero fatto tutto il giorno i migranti. Il timore per la loro presenza, da non confondere col razzismo, è quasi naturale. Resta il fatto che ‘chiudere’ un gruppo di ragazzi in un hotel si può chiamare in tanti modi, ma non accoglienza.

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