Il via libera alle visite ai congiunti non soddisfa del tutto gli italiani. Il Governo ha sbagliato? I legami di sangue possono stabilire chi amiamo e chi siamo?

10 MAGGIO 2020

di Francesco Bagini

ROMA – La visita ai congiunti è diventata una comprovata necessità per la quale è possibile uscire di casa. Eppure la regola introdotta nella cosiddetta fase 2 viene ridicolizzata e criticata da molti cittadini.

L’errore retorico

Tale norma avrebbe forse meritato un preludio migliore in fase di presentazione da parte del presidente del consiglio Giuseppe Conte. Le leggi al momento della loro promulgazione è bene abbiano un proemio affinché i destinatari del legislatore le accolgano con benevolenza. Infatti in virtù di questo sentimento positivo le norme vengono fatte proprie con maggiore ricettività e, oltre a punire, educano. Lo scriveva Platone, ma vale ancora oggi.

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Il fine ultimo

Un buon preludio avrebbe quindi dovuto premettere che la categoria congiunti ha il difetto dell’ambiguità, ma la virtù della tracciabilità. In verità, nessuno degli agenti di Polizia intervistati finora ha spiegato come sia possibile appurare se uno sia diretto dalla nonna o dal fidanzato. Sembra però plausibile che solo un legame di sangue sia verificabile, a campione, mediante l’incrocio dei dati anagrafici. In questi termini la questione congiunti appare forse più accettabile e sembra in grado di raggiungere il fine ultimo della legge: limitare gli spostamenti.

Amore e amicizia

Al di là di coloro che criticano per partito preso qualsiasi azione del Governo, le critiche piovute sulla nuova deroga sono però comprensibili. Esse non dipendono dal fatto di dover compilare una nuova autocertificazione, come alcuni opinionisti hanno tuonato. Le lamentele nascono invece da una consapevolezza presente nel nostro intimo: i legami d’amore e d’amicizia sono spesso più sostanziali e urgenti di quelli che si hanno con i congiunti (soprattutto se questi arrivano fino al sesto grado di parentela…). Lo iato tra la formalità dei legami di sangue e la sostanzialità dei legami reali richiama, per certi versi, un altro dualismo. Quello tra ius sanguinis e ius soli.

Sangue o suolo?

Nel nostro Paese è sufficiente avere un parente italiano tra i propri antenati per avere la cittadinanza italiana (ius sanguinis). Può essere un bisnonno oppure un trisavolo, purché sia morto dopo la proclamazione del Regno d’Italia: 1861! Si tratta di una concezione formale del diritto di cittadinanza, tracciabile nei polverosi archivi di famiglia, ma che stride con la prassi sostanziale. È infatti il suolo natio a dirci chi siamo (ius soli). A determinarci sono il contesto socio-educativo e le relazioni che stringiamo abitualmente, non il sangue degli avi.

Patente e… provetta

A pensarci bene, l’agente della stradale, che cerca di verificare il grado di parentela del congiunto prima di alzare la paletta, e il funzionario statale, che prova a risalire l’albero genealogico prima di concedere la patente d’italianità, suscitano la stessa perplessità.

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