I supermercati trasformati in luna park eccitano più di Uma Thurman in Pulp Fiction. E una domanda ossessiva rimbalza sui social: “Ma posso uscire dal paese per andare a fare la spesa?” Il tramonto dell’Occidente non è mai stato così vicino

28 MARZO 2020

di Ersilio Mattioni

Se aveva ragione Sigmund Freud, siamo rovinati. Secondo il celebre psicanalista, un buon rapporto con il cibo è un buon rapporto con il sesso, dunque anche con noi stessi e il mondo che ci circonda. Mangiare, allora, diventa una necessità e un piacere, senza per questo generare ansia. Tanto più nell’Occidente opulento, che produce cibo per dodici miliardi di persone, quando sulla terra ce ne sono sette, di cui un miliardo talmente povero da non avere accesso neppure al pane.

La sacralità del pane

E che fine fa tutto il resto? Va nei nostri frigoriferi, nei nostri congelatori, nelle nostre dispense. Sta lì a occupare il posto, finché non scade e lo buttiamo via. Malati di cibo e malati di mente, per noi conta solo avere la casa piena di scatolette e conserve, sfizi e robaccia chimica, carne e frutta. Apriamo le ante e ci sentiamo felici. Dov’è finita, per dirla con Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, la sacralità del cibo? Quando il pane cade per terra, lo si raccoglie e lo si bacia.

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Mala tempora currunt

L’abbiamo presa un po’ alla larga, ma serve un’ampia premessa per comprendere l’isteria collettiva di queste settimane. Con un’emergenza sanitaria mondiale in corso la preoccupazione degli italiani è fare la spesa. Anzi, poterla fare nel loro supermercato preferito, dove ci metti un’ora solo per scegliere sei uova, perché ti trovi di fronte a trenta marche diverse e altrettanti prezzi. A un certo punto non capisci più niente e butti a caso nel carrello. Eppure i negozi di alimentari trasformati in luna park eccitano più di Uma Thurman in Pulp Fiction. Mala tempora currunt.

Sindaci senza coraggio

Assistiamo all’invasione dei social network con grida d’allarme. E una domanda, ossessiva e ridondante: “Ma posso uscire dal paese per fare la spesa?” E vai a fare questa benedetta spesa, con la complicità di sindaci senza coraggio (salvo uno, Susanna Biondi a Busto Garolfo: onore al merito), i quali sanno che vietando la corsa al cibo diventerebbero impopolari. Così firmano deroghe che è un piacere, fanno accordi con i centri commerciali oppure elargiscono buoni consigli, fingendo di credere che saranno ascoltati.

Frotte di babbei

Risultato: frotte di babbei con il carrello in mano aspettano due ore davanti a uno dei tanti supermercati di un territorio invaso da questi mostri di cemento. Non-luoghi, direbbe Martin Heidegger. Ma qui si va sul difficile. Volando più basso, ci viene da dire che non c’è da stare allegri. E che anzi viene da piangere a sentire le più disparate scuse per non utilizzare le botteghe di paese, l’ultimo vero presidio sociale rimasto. Qualcuno, per esempio, asserisce di vivere in un comune privo di negozi (puttanata spaziale) oppure di non trovare beni indispensabili, come il latte per i bimbi. Per carità, esiste qualcuna di queste situazioni limite, che tuttavia riguardano un’esigua minoranza e che di certo non giustificano quell’angosciante serpentone umano fuori dei grandi store.

Il tramonto dell’Occidente

La verità è un’altra. Non siamo capaci di rinunciare a niente, neppure in un momento come questo. Vogliamo il nostro cibo e lo vogliamo a tutti i costi. Tanto da fracassare gli zebedei a mezzo mondo, senza sosta e con una dedizione degna veramente di miglior causa. Mangiare, bere, cagare, dormire. Il tramonto dell’Occidente.

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