L’ex vicepresidente della Lombardia, accusato di corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio, aveva chiesto di invalidare tutti gli atti, comprese le intercettazioni telefoniche. Se la sua tesi fosse stata accolta, il processo sarebbe stato annullato. Ma per il Tribunale le indagini sono state condotte nella piena legalità: le udienze continuano

2 NOVEMBRE 2016

di Ersilio Mattioni

MILANO – E adesso la strada, per l’ex sindaco Mario Mantovani, comincia a essere in salita. Il Tribunale di Milano ha prima respinto la richiesta di spostare il processo per corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio a Busto Arsizio e poi, questa mattina, ha rigettato pure le istanze presentate dagli avvocati del politico di Forza Italia, che avrebbe voluto far annullare buona parte degli atti dell’inchiesta, fra cui molte intercettazione telefoniche, che secondo la Procura conterrebbero la prova della concussione e della turbativa d’asta. Il Tribunale però – dopo aver ascoltato sia l’avvocato di Turbigo, Roberto Lassini, sia il Pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Giovanni Polizzi – ha deciso di respingere le richieste dell’imputato, dando atto alla Procura di aver condotto le indagini all’interno di un quadro di legittimità e regolarità, sia formali sia sostanziali. Infatti il Pm ha indagato su Mantovani complessivamente per due anni, chiedendo tutte le proroghe che la legge impone di chiedere e, in ogni caso, iscrivendo il nome di Mantovani nel registrato degli indagati ogni volta che si configurava un nuovo reato.

Il processo va avanti

Il processo, dunque, né si ferma né si azzera. Anzi, va avanti e nelle prossime settimane, conclusa la ‘melina’ delle eccezioni preliminari, potrà finalmente entrare nel vivo. Del resto, era stato lo stesso Mantovani a dichiarare che si sarebbe difeso nel merito delle accuse, cercando di dimostrare la propria innocenza, mentre finora si è assistito a un monotono ping pong tra avvocati e Procura, che ha già fatto perdere mesi di tempo.

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Arconate parte lesa

L’amministrazione comunale di Arconate, paese del Milanese dove Mantovani è stato sindaco per 13 anni (dal 2001 al 2014) segue con attenzione le vicende processuali dell’ex sindaco, anche perché Arconate è considerata parte lesa, avendo Mantovani, secondo l’accusa, procurato ingenti vantaggi economici a se stesso – abusando della sua funzione di sindaco – e ingenti danni ai suoi concittadini. Solo per la compravendita del seicentesco palazzo Taverna, nella quale Mantovani era contemporaneamente, sempre secondo la Procura, il sindaco che comprava un bene e il proprietario occulto che lo vendeva, si stima un danno da 500.000 euro. Mentre nel complesso, finora, sono stati valutati danni per 2 milioni di euro, in attesa di una quantificazione più precisa. La quale sarà di sicuro superiore, perché le valutazioni sul danno causato dalla questione ‘casa di riposo’ devono ancora essere svolte.

I due processi

Ultima questione aperta: la riunificazione dei processi. Da un lato Mantovani (che ha chiesto il rito abbreviato), dall’altro i 13 imputati per reati connessi, tra cui l’assessore regionale Massimo Garavaglia, il direttore generale di Fondazione Mantovani Michele Franceschina, il ‘contabile’ dell’impero del politico (fatto da decine di società e cooperative) Antonio Pisano, l’ex capo dell’Asl Giorgio Scivoletto, l’architetto Gianluca Parotti e altri. Il Pm ha chiesto che i due procedimenti vengano riuniti, la difesa Mantovani si è opposta e il Tribunale ha per ora respinto la richiesta con una motivazione che lascia però ogni strada aperta: mancano elementi per esprimersi. Per ora.

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