Mafia a Cuggiono, nelle dichiarazioni di Bellusci il progetto per intimidire il carabiniere Diego Dentico: “Gli volevo sparare alla macchina. Avvisai Totò Cutrì”. Cristello gli negò il permesso di agire
CUGGIONO (MILANO) – Mafia a Cuggiono, un carabiniere che aveva fiuto e teneva d’occhio uomini vicini alla ’ndrangheta, un progetto gravissimo per cercare di toglierlo di mezzo: sparare contro la sua automobile. È quanto racconta Francesco Bellusci, collaboratore di giustizia nell’ambito dell’inchiesta Hydra, riferendosi a Diego Dentico, carabiniere della stazione di Cuggiono. Bellusci sostiene che quel militare gli desse fastidio proprio perché aveva capito con chi aveva a che fare e lo controllava con particolare attenzione. Per questo aveva deciso di colpirlo. Ma prima doveva chiedere il permesso al proprio referente criminale, Giacomo Cristello. E questa volta il boss gli disse di no.
“Gli volevo sparare alla macchina”
Bellusci colloca l’episodio tra il 2015 e il 2016, prima della sua affiliazione formale alla ’ndrangheta, ma quando, come spiega lui stesso ai magistrati, si sentiva già inserito nel sistema criminale. Parlando di Diego Dentico, racconta che il carabiniere «prendeva un po’ di mira tutti» e aggiunge: «Questa persona ce l’aveva proprio con me». Per Bellusci quel carabiniere era diventato un problema. Un militare attento, che osservava i suoi movimenti e quelli delle persone che gli stavano attorno. «Io lo volevo mandare via da quel posto là», racconta. E subito dopo spiega cosa aveva intenzione di fare: «Gli volevo sparare alla macchina». Non si trattava, nel suo racconto, di un semplice sfogo. Bellusci aveva deciso di passare all’azione, ma sapeva che per un gesto di quella gravità non poteva muoversi autonomamente. Doveva prima riferire a Giacomo Cristello, l’uomo dal quale dipendeva e al quale spettava il compito di autorizzare oppure vietare le operazioni.
Cristello fa il boss: “No, ’sta cosa non si fa”
Il passaggio più significativo del verbale è proprio quello relativo al ruolo di Cristello. Bellusci gli comunica il progetto: «Vado e gli sparo alla macchina». Ma questa volta il via libera non arriva. Cristello lo blocca: «No, ’sta cosa non si fa perché qua ci riempi di Carabinieri a tutti». La frase fotografa con estrema chiarezza il ruolo di Cristello nella gerarchia criminale. È lui a stabilire fino a dove Bellusci può spingersi, valutando le conseguenze che un’azione potrebbe avere sull’intero gruppo. Nell’episodio dell’incendio delle due auto della polizia locale di Robecchetto con Induno, raccontato dallo stesso Bellusci, Cristello aveva dato il permesso. Davanti al progetto di sparare contro l’auto di un carabiniere, invece, arriva lo stop. La ragione è evidente nelle stesse parole attribuite al boss: un attentato contro un appartenente all’Arma avrebbe scatenato una reazione enorme, portando carabinieri, controlli e perquisizioni in tutta la zona e mettendo sotto pressione gli uomini e gli affari della consorteria. Bellusci obbedisce: «E infatti io quella cosa non l’ho fatta».
Aveva già avvisato Totò Cutrì: temeva le perquisizioni
Ma dalle dichiarazioni emerge anche un altro elemento particolarmente inquietante. Bellusci aveva già ragionato su ciò che sarebbe successo dopo gli spari contro l’automobile del carabiniere. Era convinto che l’Arma avrebbe reagito immediatamente andando a cercare armi e materiale compromettente nelle abitazioni dei pregiudicati della zona. Per questo aveva pensato di mettere in guardia Antonino “Totò” Cutrì. «Avviso pure Toto perché se c’hanno qualcosa a casa arrivano e fanno perquisizioni a tutti i pregiudicati, a tutti quelli che hanno avuto a che fare con armi», racconta Bellusci ai magistrati. L’avvertimento aveva dunque uno scopo preciso: dare il tempo a Cutrì di far sparire eventuali armi o altro materiale compromettente prima dell’arrivo dei carabinieri. Bellusci, insomma, non aveva pensato soltanto all’attentato, ma anche alle conseguenze investigative che avrebbe inevitabilmente prodotto. Tutto però si ferma quando Cristello decide che l’azione non deve essere compiuta.
Il carabiniere che aveva fiuto e “dava fastidio”
Alla base del progetto c’era l’attenzione investigativa di Diego Dentico. Dal racconto di Bellusci emerge il profilo di un carabiniere che aveva fiuto, osservava quell’ambiente e teneva sotto controllo persone che riteneva sospette. Proprio per questo Bellusci lo considerava un ostacolo. Ed è questo uno degli aspetti più pesanti delle nuove dichiarazioni: un carabiniere che faceva il proprio lavoro e aveva cominciato a capire chi aveva davanti sarebbe diventato il bersaglio di un progetto di intimidazione armata. L’obiettivo dichiarato da Bellusci era quello di spaventarlo e, nelle sue intenzioni, indurlo ad andarsene da Cuggiono.
“Era già formale la mia affiliazione”
Bellusci utilizza anche questo episodio per spiegare ai magistrati quale fosse già allora il suo rapporto con la ’ndrangheta. La consacrazione formale sarebbe arrivata successivamente, ma lui sostiene che la sua appartenenza fosse già concreta nei comportamenti e nei rapporti gerarchici. Sono proprio episodi come questo, dice, a servire «per farvi capire che era già formale la mia affiliazione». La pm puntualizza che sarebbe stato consacrato soltanto dopo, ma che era già di fatto considerato tale. Il progetto contro Diego Dentico mostra perfettamente quel meccanismo. Bellusci aveva individuato il bersaglio, voleva sparare contro la sua automobile, aveva già previsto la reazione dei carabinieri e pensato di avvisare Totò Cutrì. Ma la decisione finale spettava a Giacomo Cristello. E Cristello disse no.






