Abbiamo intervistato Giovanna Garavaglia, nipote del pittore Giovanni Garavaglia (1908-1959), in occasione del ritrovamento di un brogliaccio a lui appartenuto presso Agrate Conturbia. Garavaglia, tra l’altro, fu il pittore della chiesa di Arconate
OSSONA (MILANO) – La casa della signora Felicita Garavaglia è simile a quella di molte nelle nostre zone. In una stradina defilata, protetta dal San Cristoforo zucchero e crema, potrebbe passare inosservata. I rifacimenti moderni sono riusciti a nasconderne l’impacciataggine di antica dimora di campagna. Per chi però abita da tempo in paesi come questi, una certa prudenza interpretativa ha regalato un occhio critico. C’è chi non crede al fatto che queste zone siano da sempre la cintura in latifoglie del fantascientifico hinterland. Butti lì un’occhiata più lunga e in quell’attico rivedi il fienile. Uno allora inizia a pensare a cosa dovesse essere prima, a qualche carretto, all’odore del fieno e, senza volerlo, si sente l’avvocato Guido Gozzano.

La realtà supera la fantasia
Se poi però quello stesso uno si accorge che l’amata di Gozzano si chiamava proprio Felicita; che anche lei abitava in campagna e che anche lei stava in una casa che vestì da contadina, allora le rêverie decadentiste diventano fatti. Se poi quell’uno passasse anche alle cabale, si sarebbe potuto accorgere che il motivo per cui sostava di fronte a quella casa era un GG, le stesse iniziali di Gozzano. A rompere il bovarismo più sfrenato però, è stata una delle ultime cose che mi ha detto Giovanna Garavaglia, la nipote del nostro GG: ” Zia Felicita si dilettava nello scrivere poesie per bambini. Le abbiamo anche pubblicate. Sono semplici, ma particolari: usa parole complesse, non solite nelle composizioni per l’infanzia”. A scrivere stavolta è la Signorina, non Gozzano. La realtà, come diceva qualcuno, è spesso più fantasiosa delle fantasie più sfrenate.
Giovanni Garavaglia da Ossona
Il nostro GG è Giovanni Garavaglia da Ossona (1908-1959), il pittore degli angeli. ” Non solo per il fatto che si è occupato principalmente- se non integralmente- di arte sacra” dice Giovanna “ma anche per la sua particolare predilezione per le creature angeliche. Ci ha lasciato moltissimi disegni di angeli“. Un patrimonio, quello delle opere private del Garavaglia, integralista: bozzetti preparatori in carboncino e ocra rossa per i suoi lavori di affrescatura e sole 8 opere laiche. Tra queste, una è il brogliaccio di cui abbiamo già parlato; le altre sono ritratti. La signora Garavaglia me li mostra in un corridoio, mentre il Messale ordinato dal cardinale Shuster resta ad aspettarci in salotto. Sulla parete di fondo un giovane ocra, di quell’austerità molle dei bagnanti di Asnieres, ci fissa stupito: è Giovanni, in un autoritratto acerbo. Accanto a lui, tra i bozzetti del Padreterno di Arconate e di un San Giovanni Battista iniziano a spuntare gli affetti.

Il torchio di Ossona
“Lui è mio nonno, Antonio Fortunato” dice Giovanna, mostrandomi il ritratto di un tozzo e baffuto signore d’altri tempi ” il padre di Giovanni. Possedeva un torchio dell’olio qui ad Ossona”. Lo guardo e vedo gli occhi del giovane ocra di prima. Davanti a lui, in uno sguardo eterno, il ritratto di sua moglie Emilia Bottarini, la madre del pittore. ” Nonna era una donna colta, profondamente innamorata della lettura. Prima di sposare il nonno era direttrice di una fabbrica tessile a Magenta. Fu lei a spingere lo zio ad intraprendere gli studi artistici, insieme all’allora parroco di Ossona Don Rogora“. Una famiglia benestante, quella del Garavaglia, fatta di lavoro e devozione. ” Il nonno era contrario alla carriera artistica” scherza Giovanna ” principalmente perché temeva che nessuno avrebbe preso in carico l’attività di famiglia, l’oleificio. Cosa che poi di fatto è successa”. Antonio Fortunato lascerà presto la famiglia, morendo a soli 54 anni. Sarà allora l’energica Emilia a prendere le redini della famiglia: ” nonostante dovesse mantenere cinque figli, indirizzò il maggiore agli studi di pittura” dice Giovanna. C’è una sorta di strano contrappasso, nella storia della scomparsa di Antonio. “L’unica immagine che abbiamo di lui” sempre Giovanna “è proprio questo ritratto“. E i ritratti, ironicamente, sono anche le uniche opere ad olio del pittore. In un certo senso, Giovanni è stato il vero erede del torchio.

Un pittore gioviale
Gli altri eredi, sfortunatamente, ci vengono solo raccontati. Il padre di Giovanna e suo fratello, infatti, non sono stati ritratti. Ritratte invece sono le due sorelle, tra cui Felicita. “La zia seguiva spesso il nonno d’estate, durante i soggiorni mentre affrescava; per questo mi è stato facile riconoscere in quella scrittura curata e particolare del brogliaccio la sua mano” dice ” con il fratello condivideva anche una certa giovialità. Il nonno, così come la nonna e tutti i figli erano persone severe, silenziose, molto riservate. Così era anche mio padre. Felicita e Giovanni invece erano socievoli, allegri. Condividevano anche l’estro artistico. La zia scriveva poesie per bambini”. Mentre me lo racconta, un po’ sospira chiamandolo “giocherellone“.

Una famiglia unita
Nulla dell’artista tormentato o del sacrista, tutto cilicio e rosario. Nonostante le differenze però, una famiglia molto unita. “Lo eravamo e lo siamo rimasti. Anche mio figlio è stato molto legato ai suoi prozii” continua Giovanna ” in casa Giovanni ha sicuramente imparato i valori del lavoro e della fede, che ha poi approfondito nel corso della sua breve vita. Era un lavoratore instancabile. La zia mi raccontava che dipingeva o disegnava fino a quando non aveva consumato tutta la candela”. Questa infaticabilità doveva sicuramente essere stata appresa in casa. Una volta alunno della Scuola Superiore d’Arte Cristiana “Beato Angelico” infatti, mostrò subito grande diligenza, diplomandosi dopo sette anni con il massimo dei voti. Da quel 1931 al 1959, avrebbe dipinto senza fermarsi mai, lasciando incompiuta la Chiesa della Madonna della Neve di Boffalora.

Un allievo del Bergagna
Un’arte quella di Giovanni che ha tanto di quella del maestro al Beato Angelico, Ernesto Bergagna. ” Gli anni di studio furono anche anni di approfondimento religioso” dice Giovanna. Dal Bergagna Giovanni eredita una grande sensibilità al colore, che unisce ad una personale predilezione per la plasticità dei volumi e il nitore della composizione. I suoi affreschi raccontano una religiosità serena, composta, teologica. I santi e i beati ci guardano serafici, ma familiari. A volte troppo. ” Giovanni usava spesso come modelli le persone che abitavano nei luoghi in cui dipingeva” dice Giovanna, mentre tornati in salotto mi mostra il frontespizio del messale commissionato dal Cardinale Shuster al pittore ” molti spesso riconoscono i loro parenti“. E la sensazione che l’Ambrogio di un libro da messa, in latino, commissionato dal Beato Shuster per le funzioni in Duomo, con i capilettera decorati e la copertina rosso impero possa essere il nonno di un ragazzo che ora gira in bicicletta per Ossona mi dà uno strano brivido. ” Spesso negli affreschi si può riconoscere anche l’autoritratto di Giovanni ” mi dice intanto il marito di Giovanna, mentre mi mostra il particolare di un pastore dall’Adorazione della Chiesa di Turate. Ed in effetti è lì, inginocchiato, con una giubba che sa di Giotto, ma con il volto del ragazzo visto in corridoio.” Questi riconoscimenti hanno anche però qualcosa che va oltre l’aneddotico.”

Nessun inventario
Lo zio non ha lasciato nessun inventario per le sue opere. Molte chiese gli sono state attribuite dalla zia, che ha continuato a parlare di lui fino alla morte, nel 2013. In famiglia ne erano tutti molto orgogliosi ” ci dice la nipote” grande lavoro è poi stato fatto da Enrico Vismara e il suo gruppo.” E qui Giovanna ci racconta una storia che sa di Spielberg. “Erano un gruppo di pensionati ossonesi con la passione per la storia locale. Dopo aver fondato un blog si sono imbattuti nella zia e hanno iniziato a scandagliare il territorio, alla ricerca delle chiese affrescate. Hanno svolto un vero lavoro di documentazione e ricerca in loco, riempiendo i nostri buchi. Molto di ciò che hanno trovato non lo sapevamo. Ad esempio eravamo in possesso dei bozzetti della Chiesa di Sant’Eusebio, ma non eravamo mai riusciti a localizzarli” e scherza “essendo in pensione poi, potevano recarsi ovunque fin dalla mattina. Grazie a loro oggi sappiamo per certo che Giovanni affrescò 13 chiese. Altro potrebbe uscire però. Sappiamo- ad esempio- che per un certo periodo lavorò in Svizzera: sicuramente ci sarà qualcosa d’altro anche lì.”

Una storia di casi
È fin troppo facile incontrare l’occasione di esaltare un proprio connazionale all’estero. Un corregionale è un’abitudine. Per i compaesani si sfiora il cliché. L’Italia, si sa, è una terra di campanili. Quando indaghiamo con occhio critico però, all’austero tessitore della Storia bisogna chiedere il permesso di considerare qualcosa che ci sta a cuore, come qualcosa di universalmente rilevante. Se la risposta è positiva in quel caso spuntano le targhe commemorative, le giornate in ricordo, i nomi sulle strade. Se la risposta è negativa, si è destinati a restare una memoria di famiglia. Fortunatamente per me, il giornalista non è la figura che ha questa responsabilità. Per molti versi, la professione del giornalista è facile: si rischia molto poco, e ci si diverte nell’indagare le storie altrui. C’è qualcosa nella storia di Giovanni che però supera tutto questo. È una storia per molti versi familiare, che ha tanto dei nostri paesi. Sarebbe fin troppo facile derubricarla ad aneddoto locale, così come accontentarsi di aver frugato nei cassetti altrui. Di storie così, ce ne sono tante, mi dico. Eppure, c’è qualcosa di diverso. Mentre saluto Giovanna, spengo il registratore e scopro che anche lei ama disegnare.

A microfoni spenti
Si è anche fatta un autoritratto, come lo zio, quasi per caso. Il suo è in carboncino, come i disegni degli angeli di Giovanni. Scopro anche che gli unici quadri non di familiari ritraggono il cardinale Shuster e l’editore Daverio. Giovanna mi racconta che l’editore è stato identificato per caso, per un anello dipinto con sopra scritto “DAVERIO”. E riguardando le foto, mi accorgo che Daverio è proprio l’editore del messale del cardinale Shuster. Fili sottili, forse dimenticabili, tra gli indizi rimasti. Può essere un caso. Giovanna mi mostra le foto di famiglia. Il nonno, il padre di Giovanni, non ha foto, ripenso. ” L’unica immagine che abbiamo di lui, è il ritratto che ne ha fatto suo figlio”. Ed è un attimo a capire che l’unico motivo per cui oggi possiamo vedere quell’uomo è proprio perché per caso il figlio ha fatto ciò che lui non avrebbe voluto. E ancora Giovanna mi mostra le poesie della zia, e ancora per caso, l’ultima poesia della raccolta è dedicata proprio “All’angelo custode“, uno di quelli tanto amati dal fratello. Coincidenze. Ormai sul gradino d’uscita, scopro che Giovanna aveva tentennato per l’intervista, a causa del suo impegno politico. Non serve dire, a questo punto, chi fosse l’autore del cenacolo che per caso sta nella sala della giunta, dove lavora. E forse il punto è proprio questo. I casi successi sono la storia. I successi per caso sono le storie. Come quella di Giovanni.






