Hydra, clamorose rivelazioni su Mimmo Cutrì: “Per lasciare il carcere finse di stare male. Pagai la parcella di uno psichiatra per farlo uscire”

Al processo Hydra il collaboratore di giustizia Francesco Bellusci racconta il piano per trasferire Mimmo Cutrì dal carcere alla comunità: “Era tutto preparato, poi lui mi ringraziò”

di Ersilio Mattioni

MILANO – «Era tutta una sceneggiata». Al processo Hydra, la mafia a tre teste, il collaboratore di giustizia Francesco Bellusci, per anni uomo di fiducia del boss Giacomo Cristello, racconta una storia clamorosa che riguarda Domenico “Mimmo” Cutrì, protagonista della spettacolare evasione dal tribunale di Gallarate nel 2014. Secondo Bellusci, Cutrì avrebbe simulato un grave crollo psicofisico per riuscire a lasciare il carcere e ottenere il trasferimento in una comunità terapeutica. Per rendere possibile quel passaggio, Bellusci sostiene di essersi mosso personalmente con la famiglia del detenuto, fino ad andare a Torino nello studio di un noto psichiatra, al quale sarebbe stato sottoposto il caso e per la cui perizia il collaboratore racconta di avere versato una prima tranche di 2.000 euro.

«Non mangiava, non parlava, rifiutava i colloqui»

Bellusci conosceva bene la famiglia Cutrì e aveva rapporti di amicizia soprattutto con Antonino “Nino” Cutrì, fratello di Mimmo. In aula ha raccontato che, durante la detenzione, Mimmo aveva cominciato a non mangiare, era dimagrito moltissimo, non voleva parlare con nessuno e rifiutava perfino i colloqui. Un quadro apparentemente drammatico, destinato poi a diventare decisivo per il suo futuro fuori dal carcere. Secondo Bellusci, però, sarebbe stato proprio quello il piano: creare l’immagine di un detenuto psicologicamente distrutto e incompatibile con il carcere, così da ottenere il trasferimento in una struttura terapeutica. «Era tutto preparato», ha sostenuto il collaboratore davanti ai giudici.

Il viaggio a Torino e la parcella dello psichiatra

A un certo punto la famiglia decide di muoversi. Bellusci racconta di essere andato a Torino insieme a Toto Cutrì, padre di Mimmo, nello studio di un noto psichiatra. «Gli abbiamo esposto il caso», ha spiegato. Alla richiesta della giudice Maria Luisa Balzarotti di chiarire cosa intendesse, Bellusci ha risposto che avevano descritto le condizioni di Cutrì: non mangiava, non parlava, rifiutava i colloqui ed era ormai molto dimagrito.

Secondo il racconto del collaboratore, il professionista avrebbe prospettato la possibilità di una comunità terapeutica, con un costo di circa 3.500 euro al mese, oltre alla propria parcella per la perizia. Bellusci ha dichiarato di avere pagato personalmente 2.000 euro, come prima tranche, utilizzando un assegno della Bpm, filiale di Robecchetto, paese nel quale all’epoca viveva. Nel racconto reso in aula non emergono elementi che consentano di attribuire al professionista la conoscenza dell’eventuale simulazione. È Bellusci a sostenere che il comportamento di Cutrì fosse stato costruito a tavolino.

L’occhiolino sulla carrozzina

C’è poi una scena che Bellusci ricorda in modo particolare. Durante uno degli incontri avvenuti nel periodo della detenzione, racconta di avere incrociato Mimmo Cutrì. L’uomo appare magro, con la barba lunga, su una carrozzina, l’immagine di una persona profondamente provata. Poi, però, succede qualcosa. Cutrì guarda Bellusci e gli strizza l’occhio. Un occhiolino rapido, quasi un segnale d’intesa. Secondo l’interpretazione del collaboratore, quel gesto significava una cosa sola: tranquillo, sta andando tutto come previsto. Bellusci sostiene inoltre che, dopo l’effettivo trasferimento in comunità, Cutrì gli avrebbe mandato videomessaggi di ringraziamento per quello che aveva fatto per lui.

Dall’omicidio di Trecate all’ergastolo

La storia di Mimmo Cutrì comincia molti anni prima. Il 16 giugno 2006, a Trecate, viene ucciso a colpi di pistola Lukasz Kobrzeniecki, 22 anni, giovane di origine polacca. Alla base del delitto ci sono gli apprezzamenti che il ragazzo avrebbe rivolto alla fidanzata di Cutrì. Un affronto che, nella logica criminale di Mimmo, doveva essere punito. Cutrì viene condannato all’ergastolo in primo grado, pena confermata in appello. Inizialmente viene indicato come mandante dell’omicidio, mentre Manuel Martelli viene considerato l’esecutore materiale. Anni dopo sarà lo stesso Cutrì a sostenere di avere sparato personalmente a Kobrzeniecki.

L’evasione di Gallarate e la morte di Nino

Il 3 febbraio 2014, mentre Cutrì deve comparire al tribunale di Gallarate per un procedimento per truffa legato ad assegni falsi, entra in azione un commando organizzato per liberarlo. A guidare il piano è il fratello Nino Cutrì, insieme a una rete di amici e fiancheggiatori dell’Altomilanese. L’assalto riesce, ma durante la sparatoria Nino viene colpito mortalmente. Le successive ricostruzioni parleranno di fuoco amico. Mimmo fugge e raggiunge inizialmente un covo predisposto a Cellio, nel Vercellese. Quel rifugio però diventa presto troppo rischioso: il paese è piccolo, uno sconosciuto si nota facilmente. Cutrì decide così di tornare nell’Altomilanese. Si nasconde a Inveruno, in una palazzina disabitata di via Villoresi 21 messa a disposizione da Franco Cafà, già coinvolto nella rete dell’evasione. Il 9 febbraio i carabinieri fanno irruzione e lo sorprendono nel sonno. La latitanza dura appena sei giorni.

Dall’ergastolo ai 26 anni

La vicenda giudiziaria per l’omicidio, però, non è ancora finita. Dopo il ricorso in Cassazione, la precedente sentenza viene annullata con rinvio. Nel nuovo giudizio viene esclusa l’aggravante dei futili motivi e la pena viene rideterminata in 26 anni di reclusione, poi divenuti definitivi. Negli anni successivi Cutrì viene trasferito in comunità. Dal periodo trascorso alla Exodus di Lonato del Garda racconterà anche la propria storia nel libro I mali, parlando di pentimento, riabilitazione e del crollo psicofisico seguito alla morte del fratello Nino.

Il racconto reso oggi da Bellusci nel processo Hydra offre però una versione completamente diversa: quel crollo, secondo il collaboratore, sarebbe stato simulato proprio per riuscire a lasciare il carcere. Una ricostruzione pesante, accompagnata da particolari molto specifici: il viaggio a Torino, la parcella pagata con l’assegno, la carrozzina, l’occhiolino e infine i videomessaggi di ringraziamento. Si tratta delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e, come tali, dovranno ora essere sottoposte ai necessari riscontri investigativi e processuali.