Dopo le condanne in abbreviato a oltre 500 anni di carcere per 68 imputati, le motivazioni del giudice raccontano la forza del “consorzio delle mafie” in Lombardia: non solo violenza, ma contatti, accessi e “contiguità compiacenti”
MILANO – Non c’erano solo i boss, le società, gli appalti e i soldi. Nelle 1.840 pagine delle motivazioni della sentenza del rito abbreviato dell’inchiesta Hydra, il Gup Emanuele Mancini racconta anche il volto più insidioso del consorzio delle mafie in Lombardia: la sua rete di relazioni. Un capitale fatto di contatti con imprenditori, amministratori locali, politici, manager pubblici, funzionari e ambienti istituzionali. È lì, secondo il giudice, che il sistema mafioso lombardo mostrava la propria forza: non solo nella capacità criminale, ma nella possibilità di muoversi dentro pezzi della società, dell’economia e delle istituzioni.
La sentenza abbreviata
Il rito abbreviato si era chiuso con una sentenza pesantissima: oltre 500 anni di carcere per 68 imputati. Una decisione che aveva già certificato, sul piano giudiziario, l’esistenza di un sistema mafioso complesso, composto da uomini legati a Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta, capaci di sedersi allo stesso tavolo per fare affari, spartirsi interessi e occupare spazi economici in Lombardia. Ora le motivazioni spiegano perché, secondo il Gup, quel sistema non fosse soltanto una sommatoria di gruppi criminali, ma un vero sodalizio strutturato, con una propria capacità di penetrazione nel territorio.
Il “capitale relazionale” dei clan
Il passaggio più forte riguarda proprio la rete relazionale del consorzio. Il giudice parla di una “elevata capacità di penetrazione” dell’associazione mafiosa all’interno di ambiti imprenditoriali, istituzionali e para-istituzionali. Non solo rapporti con aziende, dunque, ma anche con soggetti collocati in settori strategici. Nelle motivazioni emerge il concetto di “contiguità compiacente”: un’area grigia che, anche quando non si traduce necessariamente in reati contestati o provati, contribuisce a rafforzare il peso sociale del sodalizio. Perché una mafia moderna non vive soltanto di minacce. Vive anche di accessi, favori, conoscenze, disponibilità, intermediazioni e rapporti utili.
Politica nazionale e locale
Dentro questa rete compaiono anche rapporti con il mondo politico. Nelle motivazioni vengono citati contatti diretti o mediati con parlamentari, eurodeputati, consiglieri regionali, amministratori locali e candidati a cariche elettive, in un quadro in cui l’organizzazione avrebbe cercato di offrire sostegno, voti, intermediazioni o utilità in cambio di accessi privilegiati a contesti decisionali. Il quadro raccontato dal giudice non è quello di una mafia chiusa nei propri recinti criminali, ma di un sistema capace di guardare alla politica come a un terreno di relazione e possibile convenienza. Un salto di qualità che rende Hydra una delle inchieste più importanti degli ultimi anni sulla presenza mafiosa in Lombardia.
Il ruolo di Gioacchino Amico
Tra i nomi centrali c’è quello di Gioacchino Amico, indicato come referente del clan Senese e oggi collaboratore di giustizia. Amico, che viveva ad Arconate, era uno degli uomini attraverso cui il sistema cercava relazioni, occasioni e agganci. In passato era già emerso il suo rapporto con ambienti politici e la sua capacità di muoversi in contesti apparentemente lontani dal crimine organizzato. Nelle carte di Hydra il suo nome torna anche in relazione a contatti con esponenti e collaboratori del mondo politico, oltre che a possibili interessi in settori come sanificazione, mense, pulizie, manutenzione del verde e Rsa lombarde. Molti dei soggetti citati nelle motivazioni, va ricordato, non risultano indagati: ma per il giudice il dato rilevante è la capacità del consorzio di cercare e usare relazioni esterne.
Dal territorio alle società pubbliche
Il sistema non guardava soltanto alla politica. Nelle motivazioni emergono anche rapporti con manager pubblici, società partecipate, imprenditori e soggetti in grado di aprire porte in settori economicamente appetibili. La logica era sempre la stessa: entrare dove circolano soldi, incarichi, servizi, appalti e potere decisionale. È questa la vera forza raccontata dal giudice: una mafia che non si limita a intimidire, ma prova a diventare interlocutore, fornitore, mediatore, presenza stabile nel mercato. Una mafia che si presenta con società, prestanome, contatti e facce apparentemente pulite.
Il rito ordinario continua a Milano
Intanto il processo con rito ordinario prosegue nell’aula bunker di Milano, dove sono imputati altri protagonisti dell’inchiesta. La battaglia processuale è ancora aperta, ma le motivazioni dell’abbreviato segnano un punto politico e giudiziario pesantissimo: per il Gup, Hydra ha fotografato un consorzio mafioso lombardo capace di unire clan diversi e di proiettarsi ben oltre i confini della criminalità tradizionale. Non solo mafia militare, dunque. Ma mafia economica, relazionale e politica. Una struttura capace di cercare consenso, accessi e coperture. Ed è proprio questa, forse, la parte più inquietante dell’inchiesta: la scoperta che il potere dei clan non stava solo nella paura, ma nella disponibilità di pezzi del mondo esterno ad ascoltare, trattare, aprire porte o anche solo restare vicini.





