Condannato all’ergastolo l’inverunese Benedetto Marino: agevolò la fuga degli assassini di Paolo Salvaggio durante l’omicidio nell’ottobre del 2021. I dubbi dell’avvocato: “Per condannare al carcere a vita serve ben altro”
INVERUNO (MILANO) – È stato condannato all’ergastolo Benedetto Marino (a sinistra). Il 45enne originario di Inveruno era finito a processo con l’accusa di concorso in omicidio, aggravato dalla premeditazione, per l’omicidio di Paolo Salvaggio. Salvaggio, detto ‘Dum Dum’ (a destra), era uno dei più importanti narcos del Nord Italia. Un trafficante di droga – nei primi anni Duemila – per conto del clan Barbaro-Papalia di Platì.
Il motivo dell’ergastolo
Siamo a Buccinasco, l’11 ottobre del 2021: Salvaggio, malato di tumore all’ultimo stadio, viene ammazzato in pieno giorno con tre colpi di pistola al volto da due killer, ancora non identificati e a piede libero, mentre pedala per strada in bicicletta. Secondo le indagini del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Milano, Marino avrebbe aspettato in macchina (a bordo di una Peugeot 3008) uno dei due assassini, poco lontano dal luogo del delitto. Così facendo gli ha garantito una “veloce via di fuga in auto”, agevolando il killer e facendo perdere le sue tracce.
La richiesta di carcere a vita
La Corte di Assise di Milano, presieduta dalla giudice Antonella Bertoja, ha dunque accolto la richiesta del carcere a vita per l’inverunese, avanzata dai pubblici ministeri Gianluca Prisco e Sara Ombra. Decisive alcune telecamere di videosorveglianza e il riconoscimento del volto di Marino nei video da parte della sua compagna.
Le dichiarazioni dell’imputato
L’imputato, dal canto suo, si è sempre dichiarato innocente: in sede di interrogatorio, il 45enne ha dichiarato che si trovava vicino al luogo del delitto “esclusivamente per acquistare della droga”. Aggiunge che il soggetto che si vede salire sull’auto è “lo spacciatore da cui era solito rifornirsi”. Gli inquirenti, però, non gli hanno creduto: finito in manette a ottobre del 2023, Marino è stato condannato alla pena più dura tra l’amarezza e le lacrime dei suoi familiari e della sua compagna.
I dubbi
Rimangono dubbi, però, sul movente dell’omicidio. Nel processo, infatti, non è stato individuato un movente di stampo mafioso, nonostante la vicinanza di Salvaggio alle cosche ‘ndarnghetiste. Per i giudici il delitto è probabilmente “legato a screzi passati e a vicende personali occorse durante il periodo di detenzione di alcuni soggetti coinvolti”. L’avvocato del 45enne inverunese, Davide Montani, ha già annunciato ricorso in Appello: “Per condannare una persona al carcere a vita serve ben altro. Serve una prova certa e priva di qualsivoglia dubbio, e questo non è certamente il caso. Certamente impugneremo la sentenza perché ci sono troppe incongruenze”.






