Una presenza silenziosa, radicata nelle relazioni, negli affari e nei traffici: dal soggiorno obbligato agli uomini della ’ndrangheta, dai capannoni della droga ai summit di Hydra, il “consorzio delle mafie”
INVERUNO (MILANO) – La mafia a Inveruno sembra invisibile. Non spara per strada, non impone pubblicamente le proprie regole, non espone simboli. Eppure c’è, conta e pesa. Si muove dentro le relazioni personali, le attività economiche, i capannoni, le case, i ristoranti e le società. È una storia lunga almeno quarant’anni, che comincia con l’arrivo nel territorio di soggetti collocati nell’orbita della ’ndrangheta attraverso il soggiorno obbligato e prosegue, generazione dopo generazione, fino ai giorni nostri. Per limitarci all’ultimo decennio, Inveruno compare in una sequenza impressionante di inchieste, processi e vicende criminali: narcotraffico internazionale, boss con rapporti consolidati nel paese, omicidi, depositi di droga e Hydra, i summit tra Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta.
La mafia che si confonde con la normalità
Per capire il fenomeno bisogna liberarsi dall’immagine cinematografica della mafia. Nel Nord Italia le organizzazioni criminali non hanno bisogno della coppola e della lupara. Vestono bene, aprono società, frequentano imprenditori e cercano rapporti con la politica. Investono nell’edilizia, nei servizi, nella logistica, nella ristorazione e nelle operazioni immobiliari. Utilizzano capitali di provenienza opaca e costruiscono reti di conoscenze che consentono loro di muoversi senza dare nell’occhio.
Inveruno, paese produttivo e apparentemente tranquillo, sembra offrire nel tempo proprio ciò che serve alla mafia moderna: anonimato, immobili, capannoni, collegamenti stradali e soprattutto relazioni personali e imprenditoriali consolidate. Questo non significa che Inveruno sia un paese mafioso, né che le sue attività economiche siano sospette. Significa però che uomini appartenenti o vicini alle organizzazioni criminali trovano nel territorio spazi e interlocutori utili.
I Cutrì e il commando al Tribunale
Uno dei nomi più noti è quello di Domenico Cutrì, detto “Mimmo”, appartenente a una famiglia di origine calabrese radicata da tempo a Inveruno e con un proprio trascorso criminale legato anche alla droga e alle armi. I Cutrì non sono considerati una storica cosca della ’ndrangheta, ma la loro vicenda si inserisce nel contesto della criminalità calabrese stabilitasi nel Nord Italia.
Il 3 febbraio 2014 Domenico Cutrì evade dal Tribunale di Gallarate durante un commando armato organizzato per liberarlo. Nell’assalto perde la vita il fratello Antonino “Nino” Cutrì. Domenico sta scontando l’ergastolo per l’omicidio di un giovane, ucciso nel 2006 a Trecate. Pochi giorni dopo viene catturato. È un episodio clamoroso, che porta improvvisamente alla luce un mondo criminale fino ad allora rimasto in gran parte sommerso.
L’auto di Inveruno da cui nasce Area 51
Il 26 settembre 2015 i carabinieri fermano Raffaele Procopio a Bareggio. L’uomo guida una Mercedes Classe A e nel doppiofondo dell’auto gli investigatori trovano 30 chili di cocaina. Quello che sembra un importante, ma isolato, sequestro di droga diventa la punta dell’iceberg: da quell’automobile nasce l’inchiesta “Area 51”, che ricostruisce un enorme traffico internazionale di cocaina gestito da uomini legati al clan Gallace di Guardavalle.
La base logistica dell’organizzazione si trova ad Arluno, in una vecchia corte di via Martiri della Libertà. Ma la Mercedes con i 30 chili di cocaina è intestata ad Agazio Vetrano, residente a Inveruno, che in quel momento si trova detenuto in Germania per un’altra vicenda di traffico di droga. Vetrano viene coinvolto nel procedimento, ma sarà poi assolto definitivamente dalla Cassazione «per non aver commesso il fatto». Resta il dato storico: l’inchiesta parte da un’automobile intestata a un residente di Inveruno già detenuto all’estero per narcotraffico.
Il boss conosciuto in paese
Nel settembre 2020 arriva la condanna a 18 anni di carcere per Mario Filippelli, indicato come uno dei principali esponenti della locale di ’ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo, collegata alla cosca Farao-Marincola di Cirò Marina. Filippelli non risulta necessariamente residente a Inveruno, ma frequenta ambienti locali e ha nel paese relazioni stabili, tanto da essere molto conosciuto. Non una presenza occasionale, dunque, ma rapporti consolidati all’interno di un territorio che già in quegli anni ricorre nelle geografie personali e criminali di uomini di primo piano della ’ndrangheta lombarda.
I capannoni della droga
Tra il 2019 e il 2023, secondo un’altra inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano, un capannone di Inveruno viene utilizzato per stoccare ingenti quantità di hashish e marijuana. La droga parte dal Marocco, transita dalla Spagna e arriva nell’Altomilanese su camion modificati con doppi fondi invisibili. L’organizzazione fa capo a Nikolin Gjetja, detto “il Biondo”, e importa decine di tonnellate di stupefacenti, movimentando milioni di euro. Nell’ottobre 2023 scattano 46 arresti e 12 fermi, mentre Gjetja riesce a sottrarsi alla cattura e si rifugia in Albania. Anche in questo caso Inveruno non è soltanto il luogo di residenza di qualcuno: è una base logistica concreta del narcotraffico internazionale.
L’ergastolo per l’omicidio del narcos
Un’altra vicenda conduce a Benedetto Marino, originario di Inveruno. L’11 ottobre 2021, a Buccinasco, viene assassinato Paolo Salvaggio, detto “Dum Dum”, colpito con tre proiettili al volto mentre si muove in bicicletta. Salvaggio è stato uno dei più importanti narcotrafficanti del Nord Italia e ha lavorato, nei primi anni Duemila, per il clan Barbaro-Papalia di Platì. Secondo l’accusa, Marino attende in auto uno dei due killer e gli garantisce una rapida fuga. Nel novembre 2024 Marino viene condannato in primo grado all’ergastolo per concorso nell’omicidio. La difesa sostiene la sua innocenza e annuncia appello. Nel processo non viene individuato un movente mafioso, ma la vicenda si colloca comunque nel mondo del grande narcotraffico e dei rapporti con ambienti della ’ndrangheta.
Hydra, il salto di qualità
Poi arriva Hydra. Nell’ottobre 2023 la Dda di Milano porta alla luce quello che definisce un “consorzio lombardo delle mafie”, una struttura comune formata da esponenti di Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra. Non una fusione completa delle organizzazioni, ma una camera di compensazione per fare affari insieme, risolvere controversie, gestire società, riciclare denaro e costruire relazioni economiche e politiche.
Droga, armi, appalti, truffe finanziarie, fondi pubblici, bonus edilizi, società di comodo e intestazioni fittizie: il progetto contestato dalla Procura è quello di una vera Spa criminale, capace di mettere insieme competenze, capitali e rapporti delle tre mafie. E ancora una volta il nome che ritorna è Inveruno.
I primi summit al ristorante Sardinia
Nel luglio 2026, nel processo in corso nell’aula bunker di piazza Filangieri a Milano, testimonia William Cerbo, detto “Scarface”, primo teste dell’accusa rappresentata dai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane. Cerbo conferma quanto ha già dichiarato nei verbali degli interrogatori: Hydra prende forma proprio a Inveruno, dove si tengono i primi tre summit del gruppo, il 3, 18 e 25 giugno 2020, al ristorante Sardinia. Il locale non è indagato ed è del tutto estraneo ai fatti: viene semplicemente scelto come luogo d’incontro dagli uomini del futuro consorzio.
A quei tavoli si incontrano personaggi riconducibili alle tre organizzazioni criminali, tra cui lo stesso Cerbo, esponenti vicini alla camorra romana dei Senese e altri protagonisti dell’inchiesta. Non uno dei tanti passaggi territoriali, dunque, ma l’atto di nascita del progetto criminale, secondo il racconto del collaboratore.
La villetta di Furato e le forniture di droga
Pochi giorni dopo, il 25 giugno 2020, un altro incontro si svolge in una villetta di via Carlo Porta, a Furato, frazione di Inveruno. La casa è locata e utilizzata da Gioacchino Amico, indicato come uno dei perni di Hydra e oggi collaboratore di giustizia. Secondo gli investigatori, Amico incontra nella villetta Vincenzo Senese e Domenico Brancaccio. I tre visionano campioni di droga e discutono di qualità, prezzi, clienti e forniture da 20 o 30 chili. Per la Dda l’abitazione viene utilizzata anche come deposito di stupefacenti. Hydra, quindi, a Inveruno non ha soltanto un luogo pubblico per le riunioni. Ha anche una casa nella disponibilità di uno dei suoi uomini centrali, utilizzata per incontri e attività legate al narcotraffico.
Gli imprenditori e i soldi dei bonus edilizi
Il 27 aprile 2021 il gruppo torna a riunirsi a Inveruno, questa volta nei locali della Blu srl, in piazza San Martino. All’incontro partecipano, tra gli altri, Massimo Rosi, indicato come reggente della locale di ’ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo, Antonino Galioto, Emanuele Gregorini detto “Dollarino” e Gioacchino Amico. Secondo le carte, il gruppo incontra imprenditori calabresi del territorio interessati a operazioni urbanistiche e immobiliari. Sullo sfondo ci sono i finanziamenti pubblici dei superbonus edilizi, uno dei grandi bacini di denaro sui quali le mafie decidono di mettere le mani.
È qui che emerge la forza della criminalità organizzata moderna: la capacità di collegare boss, professionisti, imprenditori, società e capitali pubblici. Non soltanto droga, dunque, ma edilizia, servizi, ristorazione, logistica e operazioni finanziarie.
Inveruno non è mafiosa, ma la mafia l’ha scelta
La somma degli episodi non permette di liquidare tutto come una coincidenza. Inveruno compare nell’arco di oltre dieci anni come luogo di residenza, relazioni, incontri, depositi, società e attività criminali. Da una parte uomini già condannati o coinvolti in vicende di narcotraffico; dall’altra boss che frequentano stabilmente il paese. Poi i capannoni della droga, la villetta di Furato, gli incontri sugli affari immobiliari e soprattutto i primi summit di Hydra.
Dire questo non significa criminalizzare Inveruno o i suoi cittadini. La comunità non è responsabile delle persone che scelgono di utilizzare il territorio per i propri affari. Ma sarebbe altrettanto sbagliato continuare a raccontare il paese come un luogo estraneo al fenomeno. La mafia a Inveruno sembra invisibile perché si mimetizza nella normalità. Non occupa le piazze: frequenta i tavoli. Non esibisce armi: apre società. Non minaccia sempre ad alta voce: costruisce relazioni. E proprio per questo è più difficile da riconoscere.
Quarant’anni dopo i primi insediamenti, la domanda non è più se la mafia sia passata da Inveruno. Le inchieste dimostrano che è passata, si è fermata, ha costruito legami e ha fatto affari. La domanda, oggi, è un’altra: perché nessuno, o quasi, sembra essersene accorto?





