Intanto la petizione supera 1.260 firme. La domanda di Del Gobbo al Pd: “Se l’anno prossimo vincete le elezioni, potete dire con onestà intellettuale ai cittadini che bloccherete tutto”
MAGENTA (MILANO) – Il progetto del data center nell’area ex Novaceta continua ad alimentare lo scontro politico. L’ultima puntata racconta il duello tra l’ex sindaco Marco Invernizzi e il primo cittadino Luca Del Gobbo, con l’assessore all’Urbanistica Simone Gelli che ricostruisce i passaggi tecnici. Intanto la petizione contro il progetto sale a 1.260 firme.
Invernizzi: «Troppo facile incolpare me»
Il confronto parte da una presa di posizione ironica di Invernizzi, che respinge ogni responsabilità sulle scelte urbanistiche del 2017 e del 2026. «Onestamente riconosco la mia colpa: nel 2017 non ho cambiato la destinazione urbanistica dell’area ex Novaceta e nel 2026 non ero presente alla giunta comunale che ad aprile ha aggiornato il Documento di piano sull’ex Saffa», scrive, aggiungendo sarcasticamente che avrebbe dovuto «fare irruzione con una pistola in mano» per impedirlo.
Del Gobbo: «Lo dice la storia»
Sul piano cronologico Invernizzi ha ragione: dal 2017 non era più sindaco e nel 2026 era fuori dall’amministrazione. Ma Del Gobbo replica richiamando le conseguenze di lungo periodo delle scelte urbanistiche. «Chi governa e prende decisioni deve tenere presente che queste possono ricadere sui cittadini anche a distanza di anni», osserva. E ricorda che il Pgt approvato durante l’amministrazione Invernizzi, con Enzo Salvaggio assessore all’Urbanistica, mantenne la vocazione industriale dell’ex Novaceta e anzi la rafforzò riportando sull’area le volumetrie del business park previsto nella zona della vecchia Stf, in strada Robecco, istituito proprio da Del Gobbo e poi cancellato dalla giunta Pd.
La destinazione industriale dell’ex Novaceta
Del Gobbo ricorda che anche le sue amministrazioni, tra il 2002 e il 2012, mantennero la destinazione industriale della Novaceta, ma in un contesto diverso: la fabbrica non era ancora fallita e l’obiettivo era evitare speculazioni e provare a salvare circa 200 posti di lavoro. Dopo il fallimento, l’area fu comprata da Unicredit e poi dal fondo Namira Sgr, che ha presentato il data center, compatibile con il Pgt vigente e le volumetrie disponibili.
Gelli: «Non è un progetto in variante»
«Non è un progetto in variante», fa notare Gelli, «basti pensare che non è stato necessario passare dal consiglio comunale, perché era perfettamente compatibile con il Pgt vigente, quello di Invernizzi e Salvaggio». Il sindaco pone quindi una domanda al Pd: «Se l’anno prossimo vincete le elezioni, potete dire con onestà intellettuale ai cittadini che bloccherete tutto e che il data center non si farà?». È il vero nodo politico.
«Non è una centrale nucleare»
Del Gobbo non si dice contrario ai data center: li considera il futuro, capaci di portare risorse alla città e di generare tra 150 e 200 posti di lavoro. «Non è una centrale nucleare», afferma, ricordando che un’industria chimica o di materie plastiche potrebbero essere molto più impattanti e inquinanti. Cita i progetti di Santo Stefano Ticino, Bollate, Vittuone e Sedriano, data center nati anche sotto amministrazioni di centrosinistra.
La Via e i tempi del progetto
Gelli insiste invece sulla Valutazione di impatto ambientale. «La Via è la garanzia per tutti. Saranno gli esperti a esaminare il progetto, chiedere modifiche, imporre prescrizioni e decidere se autorizzarlo, modificarlo o respingerlo». I tempi indicati portano a ritenere che l’ok potrebbe arrivare tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, poi resteranno altri passaggi, tra cui la Commissione Paesaggio. È probabile quindi che Magenta arrivi al voto senza che i lavori siano iniziati.
Il vero dilemma per il Pd
La campagna elettorale si giocherà su questo. La giunta Del Gobbo dice apertamente di voler realizzare il data center, ritenendolo controllato e utile alla città. Il Pd, che oggi si oppone, dovrà chiarire se sarà disposto a fermare il data center e ad affrontare ricorsi, conseguenze economiche e possibili diritti acquisiti dal privato. Opporsi è legittimo. Ma se quella diventerà una promessa elettorale, dovrà essere detta prima del voto e mantenuta dopo.





