Sberle, pugni e cuscinate contro un neonato, ma per Facebook è tutto a posto: “Abbiamo esaminato il video che hai segnalato (per guardarlo clicca qui) perché promuove esplicitamente la violenza e abbiamo determinato che rispetta i nostri standard della comunità”. Questa l’incredibile risposta degli uomini di Mark Zuckerberg agli utenti

di Ersilio Mattioni

NEW YORK – Una bufera di insulti travolge il popolare social network Facebook, che non rimuove un video choc, in cui una madre picchia un neonato con pugni, sberle e cuscinate (PER GUARDARE IL VIDEO CLICCA QUI). Una scena agghiacciante, che va avanti per oltre 4 minuti. Il neonato, un bimbo di pochi mesi, sta piangendo e la madre, innervosita dai suoi lamenti, lo picchia a ripetizione. Non è chiaro chi abbia diffuso questo video, ma le immagini hanno scioccato gli utenti, i quali hanno immediatamente segnalato a Facebook il contenuto in aperta violazione degli standard di una community che, per codice etico, ripudia ogni tipo di violenza.

Eppure, nonostante una miriade di segnalazioni, Facebook non ha rimosso il video, che continua a essere visto e condiviso. I gestori del social network più famoso del mondo – il cui fondatore, Mark Zuckerberg, è stato di recente in udienza da Papa Francesco – hanno inviato una risposta che ha dell’incredibile: “Grazie per il tuo feedback. Grazie per il tempo dedicato alla segnalazione di un contenuto che, a tuo avviso, potrebbe non rispettare i nostri standard della comunità. Segnalazioni come la tua rappresentano un contributo importante al fine di rendere Facebook un ambiente sicuro e accogliente. Abbiamo esaminato il video che hai segnalato perché promuove esplicitamente la violenza e abbiamo determinato che rispetta i nostri standard della comunità. Non esitare a contattarci se visualizzi altri contenuti che ti preoccupano. Vogliamo che Facebook rimanga un sito sicuro e accogliente per tutti”.

Si fatica a comprendere una risposta del genere, che appare come una delle pagine più vergognose del popolarissimo social network.

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