Il tribunale del riesame ha respinto la richiesta di scarcerazione per l’ex vicegovernatore della lombardia. grazie al parere favorevole della procura va invece a casa il suo braccio destro

di Attilio Mattioni

La doccia fredda per l’ex vicepresidente della Regione Lombardia è arrivata mercoledì mattina. Il Tribunale del Riesame, che decide sulla validità delle misure di custodia cautelare, ha respinto la sua richiesta di scarcerazione e anche quella, presentata in subordine, di concessione degli arresti domiciliari La decisione del collegio composto da tre magistrati (Paolo Micara, Luisa Savoia e Giulia Cucciniello) è stata depositata alla cancelleria del Tribunale martedì sera ma è stata resa pubblica solo mercoledì mattina. Non si conoscono ancora le motivazioni della decisione dei magistrati, che saranno comunque rese note entro l’8 novembre. Il difensore di Mantovani, l’avvocato Roberto Lassini, a caldo, ha dichiarato alla stampa di essere “deluso e amareggiato”. Ma Lassini è andato oltre, ipotizzando un ricorso d’urgenza alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo. Secondo il legale di Mantovani, il ricorso sarebbe basato sull’irragionevole durata di un procedimento penale, che risulta aperto da tre anni e non ancora chiuso. Per Lassini, inoltre, ci sarebbe una ‘sperequazione’ rispetto a Giacomo Di Capua, coindagato insieme all’ex senatore per una serie di reati che vanno dalla concussione alla corruzione e fino alla turbativa d’asta. Di Capua infatti, che è da anni il più stretto collaboratore di Mantovani, aveva ottenuto martedì gli arresti domiciliari dal Giudice per le indagini preliminari Stefania Pepe, lo stesso magistrato che pochi giorni dopo l’arresto li aveva negati all’ex vicegovernatore lombardo. Per Di Capua ha però contato molto il parere positivo espresso dal Pubblico Ministero Giavanni Polizzi, il magistrato che ha condotto l’inchiesta denominata ‘Entourage’ che ha portato in carcere, oltre a Mantovani e Di Capua, anche l’ex provveditore alle opere pubbliche di Lombardia e Piemonte, Angelo Bianchi. Il legale di Di Capua, l’avvocato Giampiero Chiodo, ci ha detto che “per prassi non rilascia dichiarazioni a nessun giornale” e non ha voluto commentare l’ipotesi che il suo assistito abbia, almeno in parte, ammesso alcune delle accuse che gli sono state mosse e, di conseguenza, abbia convinto la Procura esprimere un parere positivo sulla richiesta di arresti domiciliari. Quegli stessi arresti domicialiari che sono stati negati a Mario Mantovani, nonostante la sua appassionata difesa danti ai giudici del Tribunale del Riesame. “L’immagine che emerge dalle 500 pagine della richiesta cautelare del Pubblico Ministero – ha scritto Mantovani ai magistrati – non è la mia, non sono io quella persona. Non so cosa siano le tangenti, i conti all’estero, le sovrafatturazioni, i pagamenti in nero.Tanto meno so cosa sia la costrizione, la corruzione o altro. Mi riconducono realtà aziendali – ha tenuto a precisare Mantovani – e cioè le cooperative sociali Onlus che ho fondato nel passato, delle quali non mi occupopiù da tempo e in riferimento alle quali non ricopro sempre da tempo alcuna carica e nessun ruolo”. Ma è proprio quest’ultimo aspetto che non avrebbe convinto il Pubblico Ministero Giovanni Polizzi che proprio davanti al Tribunale del Riesame avrebbe prodotto un documento riservato dal quale emergerebbe che alcune di quelle cooperative sono riconducibili proprio a Mario Mantovani e alla sua famiglia. Due tesi contrapposte e inconciliabili che costituiranno uno dei punti principali del procedimento giudiziarioappena avviato e che si svilupperà nei prossimi mesi fino alla quasi inevitabile richiesta di processo che sarà presentata dalla Procura. Intanto però Mario Mantovani rimane nella sua cella del carcere milanese di San Vittore, in una situazione oggettivamente precaria e difficile da sopportare, soprattutto per chi al carcere non è abituato, avendo fino al giorno prima dell’arresto vissuto una vita ‘normale’. E se l’ipotesi dell’avvocato Lassini di presentare un ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo può avere una risonanza mediatica e un indubbio valore psicologico, resta il problema della sua sostanziale inadeguatezza, anche per i tempi molto lunghi dell’iter legale europeo, a trovare un’alternativa rapida alla custodia cautelare in carcere. L’unica strada percorribile per Mantovani rimane quella del ricorso in Cassazione, i cui termini sono spiegati nell’articolo a fondo pagina. Certo, rimarrebbe anche l’ipotesi di farsi nuovamente interrogare dal Pubblico Ministero e magari fare qualche parziale ammissione, almeno su quegli aspetti che i magistrati ritengono siano già provati. Ma fino a oggi Mario Mantovani è stato inflessibile e la sua difesa è sempre stata la medesima: le accuse sono tutte infondate e io sono completamente innocente. Una tesi però che non ha convinto né il Giudice per le indagini preliminari nei i magistrati del Tribunale del Riesame.

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