A Milano la Procura indaga sulla giustizia tributaria: già in carcere L.V., oggi un nuovo arresto a Monza

28 GENNAIO 2016

di Ersilio Mattioni

MONZA – Tangenti per ‘addomesticare’ le sentenze sui contenziosi fiscali. L’inchiesta della Procura di Milano, che ha già portato a due arresti (uno il 17 dicembre 2015 e l’altra questa mattina all’alba), apre uno scenario inedito da nuova ‘Tangentopoli’, entrando a gamba tesa nell’inesplorato mondo delle Commissioni tributarie, sulle quali finora nessuno ha mai indagato.

Il primo a finire in carcere era stato L.V., giudice tributario in Appello, (tuttora detenuto a Opera, dove gli è stato notificato un altro ordine di custodia cautelare per il nuovo episodio corruttivo) per essere stato colto in flagranza mentre incassava 5 mila euro, prima tranche di una mazzetta da 30 mila. Ora le manette sono scattate anche per M.S., commercialista 70enne di Monza, pure lei giudice tributario di primo grado, rinchiusa nel carcere di San Vittore, che avrebbe diviso con L.V. i proventi di una nuova bustarella da 65 mila euro, versata da L.B., amministratore unico della Swe-co Sistemi Srl, per ‘addolcire’ una sentenza della Commissione tributaria provinciale di Milano, la quale aveva mosso contro la Swe-Co Sistemi Srl, per conto dell’Agenzia delle entrate, una contestazione fiscale di 14 milioni di euro.

Le Commissioni tributarie sono un universo poco conosciuto. Nominate con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del ministro dell’Economia, sono presiedute da magistrati, ma i componenti sono di norma scelti tra avvocati, notai, commercialisti e ufficiali della Guardia di finanza. L.V., per esempio, 58 anni, è un avvocato cassazionista e, dal lontano 1988 è giudice tributario, di Primo grado fino al 2008 e poi in Appello. Fu scelto per il suo alto profilo. Professore all’Università di Pavia, fu per quattro anni presidente dell’Associazione magistrati tributari della Lombardia e nel 2013 venne nominato nell’Osservatorio della mediazione tributaria su incarico del direttore dell’Agenzia delle entrate. E’ stato legale di molti enti pubblici, fra cui il Pirellone, ed è presidente di organismi di vigilanza di grandi gruppi, come la Bracco Real Estate. Sempre con un compito preciso: prevenire i reati societari.

Fino alla doccia fredda dello scorso 17 dicembre 2015, quando va in scena una riedizione di ‘Mani Pulite’, con tanto di mazzette e arresti in flagranza grazie a militari in borghese e banconote ‘segnate’. Allora come oggi, è una denuncia a far scattare le indagini: quella della Dow Europe Gmbh, multinazionale della chimica che fattura 58 miliardi di dollari l’anno, che vanta 53 mila dipendenti in tutto il mondo e che ha in corso un contenzioso fiscale. I rappresentanti della società, contattati da L.V., non si piegano alla logica corruttiva e raccontano tutto in Procura. I magistrati consigliano loro di stare al gioco e il giorno della consegna del denaro, nello studio della società Crowe Horwath Saspi di Milano, fra gli impiegati si infiltrano anche i militari della Fiamme Gialle, che al momento giusto intervengono e arrestano L.V., mentre incassata la prima tranche della tangente.

Pochi giorni dopo viene interrogato un altro giudice tributario, M.S. Gli inquirenti hanno ascoltato una strana una telefonata di L.V. registrata sulla sua segretaria. Il collega le comunicava di avere urgenza di parlare con lei a proposito di due processi e anche “di una pratica che mi interessa”. La commercialista monzese però, davanti al pubblici ministeri milanesi Eugenio Fusco e Laura Pedio, coordinati dal procuratore aggiunto Giulia Perotti, respinge ogni addebito e anzi si dichiara “vittima di una millanteria”. Così torna a casa senza essere indagata. Poi però i magistrati titolari dell’inchiesta ‘Dredd’ (dal titolo del celebre film del 2012, diretto da Pete Travis e uscito in Italia col sottotitolo ‘La legge sono io’) cominciano a studiare, con il decisivo contributo dei finanziari del gruppo Tutela spesa pubblica, il materiale sequestrato nello studio di L.V. E allora il quadro cambia. Per la Procura i due giudici tributari sono d’accordo e agiscono “in concorso tra loro”, dividendosi i proventi delle ‘stecche’. Scatta l’arresto, firmato dal Gip Manuela Cannavale. Sia L.V. sia M.S. sono accusati  di “corruzione in atti giudiziari” e di “induzione indebita a dare o promettere utilità”, in base agli articoli 319 ter e 319 quater del codice penale.

Ma dai documenti emerge un collaudato sistema di corruttele, oggetto di un’indagine approfondita su questo variegato universo della giustizia tributaria. Sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Milano ci sarebbe un numero considerevole di privati e aziende che, avendo guai con il fisco, si rivolgono a giudici corrotti per ‘aggiustare’ le sentenze, pagando poi mazzette come ai tempi di ‘Mani Pulite’, cioè in contanti oppure ‘mascherate’ da false consulenze. Gli arresti di oggi sembrano la punta di un iceberg.