09 MARZO 2016

di Lorenzo Rotella

MILANO – Lunedì 7 marzo, presso lo store Mondadori in piazza Duomo, il giornalista Antonio Nicaso ha presentato il suo ultimo libro ‘Mafia’. All’evento era presente come parte attiva anche il consigliere regionale Umberto Ambrosoli. L’opera analizza il fenomeno mafioso dal punto di vista storiografico, attraverso un viaggio ragionato che ha il fine di far comprendere al lettore che la mafia non è tanto un modo di essere, quanto un modo di fare.

Professor Nicaso, che cos’è la mafia? Come si è insidiata in Lombardia nel corso degli anni?
“La mafia è un modo di agire, di fare. La definizione di ‘criminalità organizzata’ che da poco io e Nicola Gratteri abbiamo inserito nell’ultima edizione dell’enciclopedia Treccani è di una banalità scioccante, ma scrivendola ci siamo resi conto che in Italia nulla è scontato. I mafiosi non sono virus o agenti patogeni che intaccano un tessuto sociale ed economico che prima era immune dal malaffare: la tendenza c’è sempre stata. La ‘ndrangheta è arrivata in Lombardia non per il soggiorno obbligato o il confino della polizia, come si credeva tempo fa. Si è insidiata in regione perché forniva servizi, manodopera a basso costo, sversamenti di detriti, trasporto di inerti. Ha minimizzato i costi di imprenditori disposti a tutto pur di risparmiare”.

Qual è il sistema che gli ha consentito di espandersi così tanto?
“La logica è quella della reciproca utilità, del dare e dell’avere attraverso un flusso costante di denaro e servizi. La ‘ndrangheta, a partire dalla Calabria, ha esportato lo stesso modello anche qui in Lombardia, ma non solo: Emilia Romagna, Piemonte, Liguria, Veneto, non c’è una regione del nord Italia che non conosca il fenomeno. Se vogliamo usare una metafora, la linea della palma che dal sud sale verso il nord si è incontrata con la stella alpina che dal nord scende verso il sud”.

Quali sono i principali affari della mafia in Lombardia?
“Glielo spiego andando a memoria. Io ricordo quando gli imprenditori del nord acquisivano gli appalti nel meridione. La prima cosa che facevano era quella di andare a offrire protezione ai mafiosi, soprattutto nei cantieri, garantendo loro dei subappalti. A questo è andato ad aggiungersi il nolo a caldo, il nolo a freddo, il trasporto degli inerti. Una volta che i soldi sono cominciati a girare e ad essere tanti, la corruzione è diventata lo strumento più efficace per penetrare mercati e realtà, in cui c’è grande possibilità di investire denaro. La ‘ndrangheta, avendo moltissima liquidità, ha la necessità di giustificare la propria ricchezza. E allora quale migliore realtà della Lombardia per farlo, dato che la fascia tra Milano e Monza rappresenta un quarto del Pil nazionale”.

Parliamo del suo ultimo libro, ‘Mafia’. Da quale idea nasce?
“L’intento è spazzare via ogni interpretazione culturale che si è data della mafia finora, cercando di spiegare i meccanismi di questa macchina. Come ho già detto, più che un modo di essere, essa è un modo di fare e dunque si tratta di un autentico modello d’impresa esportabile, caratterizzato da quello che i sociologi definiscono ‘rapporti interpersonali’, un dialogo continuo con chi gestisce denaro e potere. Per la ‘ndrangheta è fondamentale essere in contatto con altre realtà, nonché con parte della classe dirigente, come è sempre stato fin dalle sue origini”.

Professore, lei ha un rapporto saldo e profondo con Nicola Gratteri. e con lui ha scritto diversi libri. Ritiene che il vostro lavoro sia più decisivo e di maggiore impatto rispetto a quello di altre persone nello stesso ambiente?
“Io e Nicola siamo cresciuti insieme, ci conosciamo da una vita. Abbiamo deciso di colmare il deficit conoscitivo sulla ‘ndrangheta, che era un’organizzazione sottovalutata da troppo tempo. Io non paragono il mio o il suo lavoro con quello altrui, sono i lettori a dover giudicare. Dico però che con ‘Fratelli di Sangue’, un saggio pubblicato nel 2006, abbiamo contribuito a sfatare un bel po’ di miti in un periodo in cui la ‘ndrangheta si conosceva poco e male. Ricordo perfettamente quando nel 2010 il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi negò che qui in Lombardia ci fosse la mafia. E tanti altri, anche prima di lui, non vedevano nulla oltre il proprio naso. Oggi è impossibile dire che non ci sia criminalità organizzata in regione. La recente e diversa attenzione da parte della politica, della stampa e dell’economia ha fatto in modo che ci si accorgesse in massa di questo fenomeno. La ‘ndrangheta è ormai un problema serio e reale, di cui bisogna tenere conto”.