La Procura chiede il carcere a vita per la brasiliana Adilma e per 4 complici. Sono Marcello Trifone, Mirko Piazza, Mohamed Dahibi e Fabio Lavezzo. Chiesti 24 anni per il barista di Parabiago Massimo Ferretti e per il figlio di Adilma, Igor Benedito
PARABIAGO-MAGENTA (MILANO) – La Procura della Repubblica di Busto Arsizio ha chiesto la condanna all’ergastolo per Adilma Pereira Carneiro. La brasiliana è accusata di aver organizzato l’omicidio del compagno, il magentino Fabio Ravasio, investito in auto e ucciso il 9 agosto 2024 tra Parabiago e Casorezzo. Un agguato orchestrato in modo da far sembrare che l’uomo fosse stato vittima di un pirata della strada, poi datosi alla fuga.
La requisitoria del pubblico ministero
A conclusione di una requisitoria durata oltre cinque ore, il pubblico ministero Ciro Caramore ha chiesto il carcere a vita anche per altri 4 imputati. Sono Mohamed Dahibi, Fabio Lavezzo, Mirko Piazza e il magentino Marcello Trifone. Chiesti 24 anni per Igor Benedito (il figlio di Adilma) e per il barista parabiaghese Massimo Ferretti. Infine, 9 anni e 4 mesi per il meccanico Fabio Oliva. Secondo la procura ciascuno degli imputati ha svolto un ruolo preciso nel piano omicida. Dalla guida dell’auto utilizzata per investire la vittima, alla pianificazione del delitto, fino alle attività di supporto e depistaggio.
La premeditazione
A tutti, tranne che a Oliva, è stata contestata la premeditazione. Di fronte ai componenti della Corte d’assise di Busto Arsizio, il pubblico ministero ha definito Adilma Pereira “un vero abisso di immoralità, capace di manipolare chiunque per raggiungere i suoi scopi. Probabilmente se non fosse stata fermata ci sarebbero stati altri omicidi”.
Il movente economico
Per il rappresentante dell’accusa l’omicidio è stato ideato e portato a termine da un gruppo consapevole e coordinato che ha agito “con modalità quasi militari”. Il movente sarebbe di natura economica, legato all’intenzione di Adilma di entrare in possesso dell’eredità della vittima.
Adilma e la magia nera
Per il pm Adilma è la figura centrale del gruppo, capace di influenzare i complici facendo leva su legami personali, bisogni, ambizioni e timori. Nel corso della requisitoria è stato inoltre richiamato il ricorso a pratiche esoteriche legate alla magia nera: Caramore ha citato espressamente la figura di un ‘pai de santo’, una sorta di ‘santone’ che era la guida spirituale della brasiliana.
Ergastolo anche a 4 complici
Per la pubblica accusa, il marocchino Mohamed Dahibi (definito un ‘delinquente professionista’) si sarebbe gettato a terra fingendo un malore per bloccare il traffico nel tratto di via Vela in cui verrà poi investito Fabio Ravasio, mentre Trifone sarebbe stato a bordo dell’auto che lo travolse e lo uccise. Lavezzo, che è fidanzato con Ariane, una delle figlie di Adilma, oltre ad aver preso parte all’ideazione del piano insieme a Piazza si sarebbe reso responsabile dell’inquinamento delle prove e di “palesi tentativi di depistaggio”: per tutti, ha detto Caramore, la pena giusta è il carcere a vita.
24 anni a Ferretti e al figlio di Adilma
Il rappresentante dell’accusa ha poi spiegato il motivo per il quale Massimo Ferretti, il barista parabiaghese che avrebbe avuto una relazione con Adilma, va condannato a 24 anni di carcere invece che all’ergastolo. Secondo il pm, Ferretti “ha compiuto uno sforzo serio di ricostruzione dei fatti” e ha preso coscienza del “disvalore dei propri comportamenti”. Anche Igor Benedito, uno dei figli di Adilma, sempre secondo il pm che lo ha definito “la prima vittima di sua madre”, avrebbe preso coscienza della gravità di quello che ha commesso e quindi merita la condanna a 24 anni e non l’ergastolo.
Pena lieve per Oliva
Il motivo della condanna più lieve per Fabio Oliva, il meccanico che ha rimesso in moto l’auto utilizzata per l’omicidio, è da ricercarsi nel fatto che non gli è stata contestata la premeditazione e che l’uomo aveva inizialmente chiesto il rito abbreviato.
La ricostruzione del delitto
Durante la sua requisitoria, il pubblico ministero Caramore si è soffermato a lungo sulle fasi preparatorie del delitto. Secondo la pubblica accusa, se l’idea di uccidere Ravasio risale a “molto prima” dell’agosto 2024, a far decidere ad Adilma di passare dalle parole ai fatti sarebbe stata la decisione dei genitori di Fabio Ravasio di “smettere di foraggiare la famiglia allargata” del figlio. Da lì i tentativi di trovare un killer, le riunioni “spesso incontri informali” al bar di Ferretti e “un vero e proprio vertice operativo, durante il quale si programma il delitto, assegnando a ciascuno degli imputati ruoli e compiti”.
Verso la sentenza
Nella prossima udienza la parola passerà agli avvocati difensori degli imputati. Poi ci saranno le dichiarazioni spontanee di Adilma e dei suoi presunti complici, seguite dalla replica del pubblico ministero. Successivamente i giudici della Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio entreranno in camera di consiglio per emettere la sentenza.





