Robecchetto, Bellusci: “Bruciai auto dei vigili per vendetta. Varrato indagava su di me, me lo disse il direttore della banca”

Nel 2013 il comandante dei vigili Emidio Varrato indagava sul mafioso Bellusci. Lui chiese il via libera al boss Giacomo Cristello. Oggi confessa tutto

di Ersilio Mattioni

ROBE CCHETTO CON INDUNO (MILANO) – Tredici anni fa due auto della polizia locale vennero date alle fiamme dietro il comando dei vigili, nella piazzetta del Gelso. Allora nessuno sapeva con certezza chi fosse stato né perché. Oggi a rivendicare quell’incendio è Francesco Bellusci, collaboratore di giustizia nell’inchiesta Hydra, che nell’ultimissimo interrogatorio del 6 settembre si attribuisce la responsabilità di quell’episodio e ne racconta il movente: l’allora comandante della polizia locale Emidio Varrato stava facendo accertamenti su di lui. E Bellusci, che già gravitava nell’orbita della ’ndrangheta, avrebbe chiesto e ottenuto dal boss Giacomo Cristello il permesso di colpire.

“Quel vigile indagava sempre su di me”

Il racconto di Bellusci parte dagli anni precedenti alla sua affiliazione formale alla ’ndrangheta. Dice di avere avuto già tra il 2012 e il 2015 rapporti con personaggi di primo piano della Locale di Legnano e colloca proprio tra il 2012 e il 2013 l’episodio di Robecchetto con Induno.

«Io abitavo a Robecchetto con Induno, mi era stata applicata la sorveglianza speciale e non potevo uscire dal Comune di Robecchetto. Questo Vigile andava… indagava sempre su di me», racconta ai magistrati. Bellusci ricorda il vigile Emidio Varrato, storico comandante della polizia locale (per molti anni a Robecchetto e poi ad Arconate), morto nel 2022 per malattia. Un comandante che, dalle stesse parole del collaboratore, emerge come una figura integerrima, capace e coraggiosa: aveva puntato Bellusci, ne osservava i movimenti e cercava informazioni su di lui.

Le domande in banca e la soffiata del direttore

C’è poi un passaggio ancora più inquietante. Bellusci racconta che in quel periodo lavorava molto, aveva un buon fatturato e frequentava la filiale Bpm di Robecchetto con Induno. Secondo il suo racconto, Varrato sarebbe andato in banca a chiedere informazioni sui suoi conti correnti e sui movimenti di denaro. Ma qualcuno, sempre secondo Bellusci, lo avrebbe avvisato. «Il direttore mi dice in confidenza che il vigile era andato a chiedere i nostri conti correnti per vedere i movimenti», racconta il collaboratore. Un episodio, se riscontrato, di enorme gravità: il comandante che stava cercando informazioni su un soggetto ritenuto vicino alla ‘ndrangheta sarebbe stato scoperto proprio perché il direttore della banca avrebbe avvisato il mafioso Bellusci.

“Decido di andargli a bruciare le macchine”

È a quel punto, secondo la ricostruzione di Bellusci, che matura la decisione di vendicarsi. «A un certo punto decido di andargli a bruciare le macchine, ma non prendo questa decisione da solo», dichiara. Bellusci spiega anche perché sentisse il bisogno di chiedere un’autorizzazione: colpire le auto dei vigili significava attaccare un’istituzione e avrebbe inevitabilmente provocato l’arrivo delle forze dell’ordine. «Se faccio un’azione così comunque sto toccando un’istituzione, cosa succede? Succede che qua si riempie pieno di carabinieri», dice. Per questo, racconta, si rivolge a Giacomo Cristello, boss di riferimento della ’ndrangheta nel Legnanese. «Ne parlo con Cristello, Cristello mi dà il via libero, mi dice “Fai pure”». È questo uno dei passaggi centrali del verbale: Bellusci non descrive l’incendio come una bravata personale, ma come un’azione sulla quale avrebbe chiesto preventivamente il benestare del proprio referente criminale.

La bicicletta, la benzina e le due auto incendiate

Bellusci racconta poi nel dettaglio come avrebbe agito. Era sottoposto a sorveglianza speciale e quella notte attese che i carabinieri effettuassero il consueto controllo. «I carabinieri avevano un libretto rosso dove mi firmano e dicono “visto alle ore tot”», spiega. Dopo il controllo, sempre secondo il suo racconto, prese la bicicletta, raggiunse la zona del Comune e trovò le due vetture parcheggiate fuori dal comando. «Prendo questa tanica di benzina, accendo queste due macchine e me ne vado, e torno a casa». Le auto, precisa Bellusci rispondendo ai magistrati, erano proprio mezzi di servizio della polizia locale: una Punto e un’Alfa. Poco dopo avrebbe sentito arrivare «le sirene dei Carabinieri e dei pompieri».

L’articolo di Libera Stampa e quella confessione fatta anni dopo

Quell’incendio finì anche sulle pagine di Libera Stampa l’Altomilanese, che all’epoca raccontò l’episodio senza naturalmente sapere chi ne fosse l’autore né quale potesse essere il movente. Bellusci lo ricorda espressamente nel verbale. Dice che qualche settimana dopo vide l’articolo insieme ad Antonino “Toto” Cutrì. «Guardando il giornale gli ho fatto segno “sono stato io”, e lui mi ha detto: “Hai fatto bene”». Un particolare che oggi assume tutt’altro significato: quello che nel 2013 appariva come un incendio dalle cause oscure viene ora raccontato dal collaboratore come una ritorsione contro la polizia locale perché il suo comandante stava facendo accertamenti su di lui.

Varrato, il comandante che aveva fiutato qualcosa

Ed è proprio la figura di Emidio Varrato a uscire con grande forza dal racconto. Per anni comandante della polizia locale, e successivamente chiamato a guidare il comando di Arconate, Varrato aveva evidentemente intuito che attorno a Bellusci ci fosse qualcosa che meritava di essere approfondito. Non si sarebbe limitato alla normale attività di polizia amministrativa o stradale. Aveva iniziato a fare domande, cercava informazioni, era arrivato fino alla banca. Tanto da diventare, secondo Bellusci, un problema da eliminare almeno sul piano intimidatorio. La reazione sarebbe stata violentissima: incendiare le auto del comando.

Bellusci e le dichiarazioni che hanno già trovato riscontri

Bellusci è uno dei collaboratori di giustizia emersi nell’ambito della maxi inchiesta Hydra, l’indagine della Dda di Milano sul sistema criminale che, secondo l’accusa, avrebbe messo in relazione esponenti di ’ndrangheta, cosa nostra e camorra in Lombardia. Non è la prima volta che le sue dichiarazioni aprono scenari importanti. Bellusci aveva già raccontato, tra le altre cose, di armi custodite in una carrozzeria tra Buscate e Castano Primo a disposizione della consorteria criminale. In quel caso le sue indicazioni avevano portato a successivi riscontri investigativi.

Le dichiarazioni contenute nell’ultimo interrogatorio, comprese quelle sull’incendio delle auto di Robecchetto, devono invece essere ancora verificate dagli inquirenti. Il verbale contiene inoltre numerosi passaggi coperti da omissis, segno che una parte del materiale raccolto resta tuttora riservata. Ma su una cosa Bellusci non usa mezzi termini. Quando i magistrati gli chiedono perché racconti quell’episodio, risponde che già allora, pur non essendo ancora formalmente affiliato, si sentiva parte del sistema: «Già io andavo a chiedere autorizzazione perché già mi sentivo parte». E quell’autorizzazione, secondo il suo racconto, sarebbe servita a bruciare due auto dei vigili perché un comandante di polizia locale aveva cominciato a fare troppo bene il proprio mestiere.