Arconate, “Il respiro dei colori”: la prima mostra di Luciana Stangalino a palazzo Taverna

Abbiamo intervistato Luciana Stangalino, “artigiana del colore”, in occasione della sua prima a Palazzo Taverna. Inaugurazione sabato 22 novembre

di Gabriele Cafiero

ARCONATE (MILANO)- Intervistare un artista è sempre una questione complicata. Non è per la loro inavvicibilità né per l’ermetismo, quanto per la loro rinomata capacità di mentire (e mentirsi). Francis Bacon – uno dei giganti dell’arte del secolo scorso – dichiarava in ogni intervista di non aver mai fatto disegni preparatori. Alla morte una truppa di giornalisti e storici dell’arte si è capicollata a casa sua, trovando interi cassetti di bozzetti. Che si può fare dunque? O si rinuncia a interpellare artisti o si aspetta che non siano più in grado di mentire (anzianità, morte o inquietudini religiose possono aiutare).

La mostra di Luciana Stangalino

Ripensavo a tutto questo mentre aspettavo la telefonata di Luciana Stangalino, novarese di nascita e arconatese d’elezione, protagonista della mostra a Palazzo Taverna ” Il respiro dei colori”. Pronto con le mie domande precise e a prova di menzogna, vengo però preso in scacco alla prima menzione della parola ‘artista’ .”Non mi piace definirmi un’artista. Sono una errantes, colei che secondo gli antichi vagava, “errava” appunto, in un movimento continuo della vita alla ricerca delle cose belle“. Resto interdetto. Nel mio silenzio, Luciana continua: “Più che un’artista, mi piace definirmi un’artigiana del colore. Cerco semplicemente di impressionare quello che sento nel momento creativo con la pittura. La pittura è il luogo in cui l’errare trova momentaneamente pace. Lì è dove sono e dove vorrei essere”. Ogni difesa crolla di fronte a tali dichiarazioni e – a teste onesto – buon processo.

Un’anima in movimento

Gentile signora Stangalino, lei andrà in mostra per la prima volta il 22 Novembre ad Arconate con l’esposizione “Il respiro dei colori”. Da dove nasce questa idea?

“Sono una persona che ama molto la manualità. Tendo a creare e ‘costruire’ il più possibile. Quando creiamo, quando costruiamo qualcosa intraprendiamo un percorso che è prima di tutto un lavoro mentale, un processo che cura il corpo, il cuore ma soprattutto l’anima. Penso che oggi abbiamo perso qualcosa di questa creatività. Tornare alla manualità, soprattutto per i giovani, è un‘opportunità urgente . Tanti anni di lavoro nelle scuole (42!) mi hanno insegnato l’importanza centrale che ‘maneggiare’ ha per i ragazzi.
Questa mostra racconta allora dieci anni di ‘movimento‘. Oltre a dipingere spesso cucio, cucino, scrivo, scolpisco, leggo soprattutto. Mi muovo con l’anima, ma anche con il corpo. Amo viaggiare e cerco di farlo il più possibile. Nella mostra racconto anche questa ipercinesi. Ci sono acquerelli, ci sono acrilici, ci sono multimaterici. È un muoversi (e muovere) continuo. Le mie mani non si fermano e così non si ferma l’anima.

Superare la materia

Questo ‘errare’ si vede anche nelle opere che presenterà. Oltre venti dipinti, con stili e motivi figurativi differenti. Come ci si orienta in una produzione così variegata e abbondante? Qual è – se mi permette l’ingenuità – lo scopo di questo vagare?

“Sì, saranno circa 27-28 dipinti, tutti con tecniche differenti. Si passa dagli acquerelli agli acrilici, ma ci sono anche opere plurimateriche, ad esempio quelle nella sezione dedicata alla tematica femminile. Non so esattamente quale sia lo scopo di tutto questo. Non ho un unico metodo e mi nutro di tutto ciò che serve per ricercare. Penso che la pittura- così come altri strumenti culturali- sia un modo prima di tutto per ricercare. E come tutte le persone irrequiete ricerco, non mi fermo, provo a superare la materia con la materia. Questa mostra è il risultato di dieci anni di prove ed errori– soprattutto errori! Impossibile che potesse esserci un solo stile. Ho iniziato con l’acquerello, il più ” facile”.

Ad esso è dedicata la sezione più floreale della mostra. Sono poi passata all’acrilico, con cui ho fatto i quadri della sezione paesaggistica, anche se intendo il paesaggio come opera molto più personale che verista. E poi c’è l’ultima sezione- quella dedicata alla tematica femminile, in occasione del giorno contro la violenza di genere– in cui trovano spazio anche opere plurimateriche. Ma ci saranno anche dipinti astratti. Come dicevo, sono un errantes. La mostra è il racconto del mio vagare. Non so se ci sia uno scopo in tutto questo, ma avevo voglia di mostrare queste mie immagini. Il messaggio che vorrei passasse è che il ‘vagare’, la ricerca non è una prerogativa personale. È ciò che ci rende umani. Ciascuno di noi cerca, secondo i suoi strumenti e la sua cultura. Io ricerco con la pittura e la poesia“.

Arconate, mostra di Luciana Stangalino

L’Haiku e l’attimo

Certamente, anche perché non bisogna dimenticare che la tagline della mostra è “mostra di pittura e haiku”. Come nasce questa connessione?

“Io ho sempre scritto. Dalla prosa alla poesia, l’ho fatto ininterrottamente fin dalla giovane età. E in questo girovagare ho incontrato gli Haiku e me ne sono innamorata. Sono piccole poesie di antica tradizione giapponese, inizialmente composte dai monaci nel XVII secolo per aiutarli nella meditazione. A differenza della pittura, hanno regole ferree: tre versi, 17 sillabe, 5-7-5. Spesso scrivevo haiku da accostare ai miei dipinti. In occasione della mostra ho deciso di lasciar parlare loro per le opere. Mi piaceva l’idea che l’haiku catturasse la stessa emozione che provavo nel dipingere.

La pittura per me è creazione, istinto, immediatezza. L’haiku è il momento della revêrie, del ricordo che razionalizza e spiega. A volte dipingo senza capire e solo scrivendo mi accorgo di cosa ho provato o pensato. Oltre a ciò, l’haiku è capace di catturare l’attimo proprio come fa la pittura. Dipingere per me è fermare l’attimo, cogliere la qualità di quell’attimo lì. L’haiku è capace di fare lo stesso, ma in versi. È stata una connessione naturale per me. C’è una sinergia, una fratellanza profonda tra i dipinti e i loro haiku. Tradizionalmente l’haiku non ha titolo, mentre i dipinti– fortunatamente o sfortunatamente- non parlano. L’haiku allora presta al dipinto le sue parole, mentre il dipinto presta all’haiku il nome“.

Tra Rothko e Van Gogh

Quali pensa siano le sue principali fonti di ispirazione artistica?

“Come poeti, in particolare autori di Haiku, amo molto Bashō e Buson. In pittura invece il riferimento principale resta per me Rothko. Nessuno ha colto come lui il senso profondo del colore. E a me quel colore piace, emoziona. Mi fanno lo stesso effetto Monet, Manet e- ovviamente- Van Gogh. Di Van Gogh condivido l’inquietudine movimentata, lo sforzo di voler fermare l’attimo; dipingeva decine, centinaia di volte lo stesso soggetto nella ricerca di catturare quell’emozione, quel momento. Penso che sia anche questa sensibilità molto forte ad ispirarmi. Sento e sento forte, sono un po’ estremista in questo. Mi è facile emozionarmi di fronte a un quadro. Ci sono certi autori che non riesco neanche a guardare dal vivo!”

Il respiro dei colori

A proposito di colore, ci siamo dimenticati una delle domande più importanti. Il ” respiro dei colori”. Perché questo titolo?

“Guardi, io penso che i colori respirano. E non lo dico come semplice metafora. I colori respirano, ma di un respiro tutto loro. Ciò che li differenzia dal nostro è la capacità di trasmetterlo, questo respiro. Quando andiamo in montagna, o osserviamo un bel tramonto o ammiriamo un quadro in una pinacoteca il colore se ne sta lì e respira, anche senza di noi. Qui però, succede il miracolo. Il colore trasmette quel respiro profondo all’osservatore, all’ Io che sta davanti. Quando diventiamo capaci di rimandarlo indietro, di emozionarci, di respirare coi colori allora respiriamo bene. Ma questo non lo dico io! Lo sa chiunque. Quando in montagna, magari d’autunno, in un bel bosco ci riempiamo i polmoni d’aria ed esclamiamo ” Come si respira bene oggi!” non è che sia cambiato qualcosa nell’aria. Siamo noi che riusciamo a respirare insieme ai colori. Non è facile, questo è certo”.

Arconate, mostra di Luciana Stangalino

Passato e futuro

E questo ci riporta alla domande delle domande. Come si acquisisce tale capacità? Vale a dire artista si nasce o si diventa?

“Io ho sempre amato esprimermi e ricercare, ricercare ed esprimermi. Come le ho detto ho sempre scritto. Da bambina, fin dalla nascita, ho amato l’arte. Volevo essere una stilista e cucivo vestiti per le mie bambole. E poi scrivevo e disegnavo. A Novara però non esisteva una scuola per questo tipo di mestiere e mio padre non mi permise di spostarmi a Torino o Milano. Scelsi allora l’insegnamento. Non penso che questa- quella artistica– sia una strada che si sceglie di intraprendere. Io l’ho sempre sentita. Da mia madre però ho imparato l’amore per la materia, per il contatto con i materiali. Era una stilista e vestiva la Novara elegante di fine secolo. Con lei mi sono avvicinata al mondo dell’emozione tattile: toccavo la seta, il cotone, il wall. Sono cose che lasciano impressioni nelle mani, che raccontano storie. Questa cosa mi è rimasta”.

Se non l’ha imparata forse è riuscita però ad insegnarla? Magari in famiglia o a scuola?

“Ho insegnato per oltre quaranta anni alle scuole elementari. Sono il periodo che ricordo con più gioia e soddisfazione della mia vita lavorativa. Quando siamo capaci di ascoltarli, i bambini comunicano una verità profonda. La ricchezza che mi hanno offerto in quei lunghi anni costituisce ancora oggi un patrimonio da cui prendo spunto per il mio lavoro. Con loro mi sono divertita molto. Facevamo di tutto: dalla scultura alla falegnameria non hanno mai avuto le mani ferme. In casa vedo qualcosa della mia “inquietudine” in mia nipote. Ama molto la matematica e la filosofia, così come me. Ho sempre visto una connessione tra l’arte, la matematica e la filosofia. Ecco allora forse qualcosa a lei sono riuscita a lasciare”.

La lingua dell’arte

Ringrazio Luciana Stangalino, le do qualche dettaglio tecnico e mi preparo già alla riorganizzazione del materiale. Bisognerà ricredersi sul nome degli artisti, penso. Forse non tutti mentono. Proprio sugli ultimi secondi però Luciana aggiunge ” sono concetti complicati. Non sempre le parole sono in grado di catturarne l’essenza. Vedremo se ci siamo riusciti”. Forse non sono gli artisti che mentono, penso. Magari siamo noi che usiamo le parole sbagliate. Forse dovremmo intervistarli con le loro parole. Parole composte in una lingua bizzarra, a volte infantile altre complicatissima, fatta di creta, argilla, tinture e acrilici. La lingua dell’arte, della ricerca e del girovagare. Ma allora tutto questo è stato inutile, concludo. La sua intervista Luciana l’ha già rilasciata. Il suo racconto dura da oltre dieci anni e a raccontarcelo saranno le oltre venti opere di Palazzo Taverna. Non ci resta altro che provare a respirare con loro.

Arconate, mostra di Luciana Stangalino