Francesco Valle – alias ‘don Ciccio’ – è morto domenica 16 febbraio a Milano. Perplessità sulle parole del manifesto funerario: “Esempio di amore e dedizione per la famiglia”. Le sentenze però raccontano un’altra storia
BAREGGIO-CISLIANO (MILANO) – E’ morto, all’età di 87 anni, il boss Francesco ‘Ciccio’ Valle. Fu il patriarca dell’omonimo clan che nell’Altomilanese, tra Bareggio e Cisliano (ma anche a Vigevano e in Lomellina), fece per anni il bello e il cattivo tempo. E’ spirato domenica 16 febbraio nella sua casa di Milano.
“Un uomo buono, esempio di amore”
Benché la morte, per parenti e amici del defunto, sia sempre dolorosa, si resta perplessi di fronte all’epigrafe funeraria. Il testo sul manifesto funebre, scelto dai parenti, recita così: “Uomo di grande forza e bontà, esempio di amore e dedizione per la famiglia”. Poi un accenno “alla sua saggezza e al suo sorriso”.
L’attività mafiosa del clan Valle
‘Ciccio’ Valle, in realtà, è stato anche molto altro. Per i magistrati Ilda Boccassini e Alessandra Dolci della Direzione distrettuale antimafia di Milano, i Valle fanno parte di “un’associazione mafiosa, a carattere familiare, legata alla potente cosca di ‘ndrangheta dei De Stefano di Reggio Calabria”. Un gruppo malavitoso che ha operato “sul territorio di Bareggio, Cisliano, Milano e province limitrofe”. Con una base logistica: la villa di via Cusago 2 a Cisliano, il ristorante-bunker ‘La Masseria’, dove i Valle incontravano gli affiliati e dove si tenevano i summit”.
La sentenza della Cassazione
Fu la Cassazione nel giugno del 2014 a stabilire che i Valle sono mafiosi. I giudici della Suprema Corte condannarono infatti in via definitiva per associazione mafiosa Carmine Valle (figlio di ‘don Ciccio’) assieme a Bruno Saraceno e Matteo Fazzolari. Per anni, secondo le indagini, avevano tenuto sotto scacco, tra Milano e Pavia, tanti piccoli imprenditori con i classici metodi mafiosi: usura ed estorsioni. Anche il boss, in un altro processo con rito ordinario, venne condannato a 21 anni di carcere per associazione di stampo mafioso.
La scarcerazione
Ma nell’ottobre del 2016 il Tribunale di Sorveglianza di Secondigliano (Napoli), non senza polemiche, lo scarcerò per motivi di salute e lo mandò gli arresti domiciliari. A Bareggio, dove il capoclan possedeva una mega villa e dove, soprattutto, gestiva i suoi traffici. Una decisione che lasciò perplessi. E che consentì a ‘don Ciccio’ una libertà insperata. Con la sua morte si chiude un’era, densa di ombre mafiose e affari illeciti.






