Il progetto si aggiunge ai data center di Santo Stefano, Bollate, Magenta, Vittuone, Sedriano e Buscate. Rifondazione Comunista chiede una moratoria
CERRO MAGGIORE (MILANO) – Un nuovo data center potrebbe sorgere a Cerro Maggiore, ma con una particolarità destinata ad accendere il dibattito: il progetto sarebbe previsto su un terreno vergine, dove oggi non esiste alcuna area industriale dismessa da recuperare. Una scelta che riporta al centro dell’attenzione la proliferazione di questi impianti in tutto l’Altomilanese e nel territorio milanese.
Il nodo del terreno vergine
In genere i data center vengono presentati anche come un’occasione per riqualificare aree produttive abbandonate, recuperando vecchi comparti industriali e affrontando bonifiche spesso molto costose. I grandi gruppi che investono nel settore dispongono infatti delle risorse necessarie per farsi carico degli interventi. Nel caso di Cerro Maggiore, invece, non ci sarebbe alcun rudere da recuperare né un’area degradata da bonificare. L’impianto verrebbe costruito su un terreno libero, aumentando il consumo di suolo e ponendo un problema diverso rispetto ai progetti insediati in comparti già compromessi.
Una concentrazione sempre più forte
Il progetto di Cerro Maggiore non è un caso isolato. Un data center è già operativo a Santo Stefano Ticino, mentre un altro è presente a Bollate. A questi si aggiungono i progetti di Magenta, Sedriano e Buscate e i due interventi ipotizzati a Vittuone. La mappa degli impianti continua quindi ad allargarsi, facendo emergere una vera e propria concentrazione territoriale. Il punto non è soltanto valutare ogni singolo progetto, ma capire quale possa essere l’impatto complessivo di così tanti data center costruiti a poca distanza gli uni dagli altri.
Rifondazione chiede una moratoria
A intervenire sul caso di Cerro Maggiore è Rifondazione Comunista Legnano, che chiede una moratoria immediata e la sospensione degli iter autorizzativi sulla base del principio di precauzione. Secondo il partito, la normativa regionale non sarebbe sufficiente a tutelare il territorio e mancherebbe soprattutto una pianificazione sovracomunale, capace di valutare gli effetti complessivi degli insediamenti. La proposta è quella di istituire una commissione tecnico-scientifica indipendente, chiamata ad approfondire gli impatti ambientali, energetici, economici e sociali prima di autorizzare nuovi impianti.
Energia, rumore e calore
I data center richiedono grandi quantità di energia per alimentare e raffreddare i server. Tra le criticità indicate da Rifondazione ci sono l’effetto isola di calore, il rumore continuo, i generatori diesel e lo stoccaggio di gasolio. Il partito richiama inoltre il problema dell’adeguamento della rete elettrica e dei possibili costi distribuiti sulle bollette. Alcuni impianti possono infatti richiedere potenze molto elevate, paragonabili ai consumi di decine di migliaia di abitazioni. Sono questioni che diventano ancora più rilevanti quando i progetti si moltiplicano nello stesso territorio.
A Magenta già raccolte 1.260 firme
Le preoccupazioni hanno già prodotto diverse mobilitazioni. A Buscate è nato un comitato contrario al progetto, mentre a Magenta il fronte critico ha già raccolto 1.260 firme contro il data center previsto nell’ex Novaceta. Il dibattito è però ancora caratterizzato da una forte carenza di informazione. Molti cittadini non sanno esattamente che cosa sia un data center, come funzioni e quali siano i suoi reali effetti. Proprio per questo diventa necessario evitare sia gli allarmismi sia le rassicurazioni superficiali, mettendo a disposizione dati chiari e verificabili.
Non una centrale nucleare, ma il tema esiste
Un data center non è una centrale nucleare e, dal punto di vista ambientale, può essere meno impattante di un’azienda chimica, di una conceria o di un impianto per la lavorazione delle materie plastiche. Può inoltre rappresentare una buona soluzione quando permette di recuperare aree industriali dismesse, eliminare ruderi e finanziare bonifiche che altrimenti rimarrebbero irrisolte. Il caso di Cerro Maggiore pone però una domanda diversa: ha senso consumare nuovo suolo per costruire un data center, mentre nel territorio esistono ancora numerose aree abbandonate da riqualificare?
Il problema è quanti e dove
Il tema, quindi, non è demonizzare una tecnologia ormai essenziale per il funzionamento di internet, dei servizi digitali e dell’intelligenza artificiale. La questione è stabilire quanti data center possa sostenere il territorio, dove debbano sorgere e con quali garanzie per i cittadini. L’ipotesi di Cerro Maggiore, proprio perché prevista su un terreno vergine, rende questo confronto ancora più urgente.






