Ha scelto di tacere davanti ai giudici, ma si riserva dichiarazioni spontanee. Il barista parabiaghese Ferretti la accusa di aver indicato dove cercare un sicario
MAGENTA-PARABIAGO (MILANO) – Doveva essere il giorno della sua verità in tribunale a Busto Arsizio. Ariane Pereira Bezerra Da Silva, figlia di Adilma Pereira Carneiro, ha invece scelto il silenzio: davanti ai giudici si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Ma ha lasciato aperta una porta, riservandosi di rendere dichiarazioni spontanee. Per dire cosa? E, soprattutto, per difendersi o per accusare qualcuno?

Il silenzio dopo mesi di attesa
L’esame di Ariane era uno dei momenti più attesi del processo autonomo che la vede imputata per complicità nell’omicidio volontario aggravato di Fabio Ravasio. La Procura ha ormai concluso l’esame dei propri testimoni e il suo interrogatorio avrebbe potuto offrire una prima versione diretta sul ruolo che le viene contestato. Inizialmente, attraverso i suoi difensori, la donna aveva manifestato l’intenzione di rispondere alle domande. In aula, però, ha cambiato strategia. Nessuna risposta al pubblico ministero, nessun confronto con le accuse, soltanto la riserva di parlare spontaneamente in una fase successiva.
Cosa potrebbe voler raccontare?
Le dichiarazioni spontanee consentirebbero ad Ariane di parlare senza sottoporsi alle domande dell’accusa e delle altre parti. Potrebbe quindi limitarsi a fornire la propria ricostruzione, respingere le accuse oppure indicare responsabilità altrui, scegliendo tempi e contenuti del suo intervento. Resta da capire contro chi potrebbe eventualmente rivolgersi. Il principale accusatore è Massimo Ferretti, barista di Parabiago ed ex amante di Adilma, condannato in primo grado a 24 anni. È stato lui a sostenere che Ariane fosse a conoscenza del progetto dell’omicidio e che gli avesse suggerito di cercare un sicario tra gli «zingari di Magenta».
L’accusa di Ferretti e la reazione in aula

Quando Ferretti rese quelle dichiarazioni nel processo principale, Ariane si trovava tra il pubblico. La sua reazione fu violentissima: «Sei un’infame di m…, bugiardo. Mettetegli la macchina della verità», urlò prima di essere allontanata dalla polizia giudiziaria. Quell’episodio mostrò quanto fosse profondo lo scontro tra i due. Ferretti descrive Ariane come una persona informata dei piani della madre e coinvolta nella ricerca di qualcuno disposto a uccidere Ravasio. Lei lo considera invece un bugiardo e un accusatore interessato a scaricare le proprie responsabilità.
L’altro episodio ad alta tensione
Ariane era già stata protagonista indiretta di un’altra udienza particolarmente tesa. Durante la deposizione di Annunziata Giacomaniello, la teste raccontò che Adilma e Ferretti le avevano chiesto quale veleno non risultasse durante un’autopsia. Giacomaniello rispose «cianuro», pur precisando di non conoscere realmente la risposta. Nel corso del controesame la teste vide Ariane ridere tra il pubblico e perse il controllo: «Bastarda, devi marcire in galera». L’udienza venne sospesa e Ariane lasciò spontaneamente l’aula per permettere alla donna di proseguire la deposizione.
La figlia della “Mantide” e una posizione autonoma
Nata a San Paolo del Brasile nel 1994 e residente a Mesero, Ariane non è stata giudicata insieme alla madre e agli altri sette imputati. La sua posizione è oggetto di un procedimento separato, nel quale la Procura dovrà dimostrare che fosse consapevole del piano e che abbia fornito un contributo concreto alla sua realizzazione. Non è dunque soltanto “la figlia della Mantide”. È un’imputata con accuse proprie, chiamata a rispondere di un ruolo che, secondo la Procura, sarebbe stato tutt’altro che marginale. Al momento, però, non esiste alcuna condanna nei suoi confronti e la sua responsabilità deve ancora essere accertata.
Il delitto e le condanne già pronunciate
Ravasio venne travolto e ucciso il 9 agosto 2024 mentre percorreva in bicicletta la strada tra Parabiago e Casorezzo. Quello che inizialmente sembrava un incidente provocato da un pirata della strada si rivelò, secondo l’accusa, un omicidio organizzato per impossessarsi del patrimonio della vittima. In primo grado la Corte d’Assise di Busto Arsizio ha condannato all’ergastolo Adilma, Marcello Trifone e Fabio Lavezzo. Pesanti pene sono state inflitte anche agli altri cinque imputati, tra cui Ferretti e Igor Benedito, figlio della donna e indicato come l’uomo alla guida dell’auto killer.
Ora il processo attende la sua voce
Dopo mesi di accuse, urla e scontri, Ariane ha scelto di non affrontare le domande. Il silenzio, però, potrebbe non essere definitivo. La riserva di dichiarazioni spontanee lascia immaginare che la donna voglia ancora intervenire, ma alle proprie condizioni. Potrebbe limitarsi a proclamare la propria innocenza. Potrebbe attaccare Ferretti, indicare contraddizioni nelle testimonianze oppure raccontare una versione capace di coinvolgere altri protagonisti della vicenda. Per ora sono soltanto ipotesi. La vera domanda resta sospesa nell’aula: quando Ariane parlerà, chi finirà nel mirino?





