Inchiesta – Case popolari: i figli degli inquilini restano fuori

Approvato il regolamento per le case popolari: a Magenta, nel milanese, i figli di 2 inquilini non possono tornare dai genitori e solo il 20 per cento degli alloggi andrà ai poveri

14 MARZO 2018

di Riccardo Sala

MAGENTA (MILANO) – E’ ufficialmente in vigore dal 3 febbraio (sebbene in fase di sperimentazione) il nuovo regolamento per le case popolari, approvato da Regione Lombardia nell’estate di quest’anno. Un documento che riduce drasticamente l’accesso da parte degli indigenti (che ora potranno occupare solo il 20% degli alloggi) e che impedisce ai figli usciti da casa di tornare nell’abitazione coi genitori. Dopo quasi un mese di attività fioccano le polemiche da parte degli inquilini e dei sindacati. Abbiamo incontrato Gianangelo Bighiani, sindacalista del ‘Sicet’, la branca della Cisl che si occupa delle case popolari, per capire meglio la situazione.

Due cittadini non possono tornare dai genitori: il caso

“Qui a Magenta – spiega Bighiani – ci sono già due casi di figli di inquilini della case Aler che si sono trovati impossibilitati a riottenere la residenza a casa dei genitori. Per aumentare il ricambio degli inquilini, infatti, Regione ha imposto che ogni giovane che lasci la casa per convivere, poi non possa tornare dai genitori. Se una convivenza finisce male, il figlio rimarrà senza residenza”.

Il ‘paradosso’ dell’assegnazione degli alloggi

Bighiani attacca poi il nuovo sistema di ripartizione degli alloggi: “Con questa modifica si perde l’utilizzo storico dell’edilizia pubblica. Ora solo il 20% degli alloggi sono destinati ai poveri, mentre il resto è destinato a categorie protette, verso le quali non c’è nemmeno un vincolo di reddito. Nell’ordine, il 24% sarà destinato ad anziani, il 16% a famiglie monogenitoriali, il 12% a disabili, il 16% a famiglie di nuova formazione, l’8% alle forze dell’ordine e il 4% ad altre categorie protette. Così facendo si rischia che possano accedere alle case popolari anche persone con un reddito alto e che rimangano vuoti gli alloggi dedicati alle categorie più ‘rare’ (come le forze dell’ordine)”.

La ‘follia’ del sistema di punteggi per la graduatoria

Ma la vera ‘follia’ di questa nuova legge sembra essere il nuovo sistema di punteggi. “Qui c’è una chiara volontà di discriminare i poveri, gli sfrattati e chi non risiede da lungo tempo in un luogo, soprattutto famiglie e lavoratori meridionali e immigrati. Intanto la fascia Isee per accedere alle case popolari è stata abbassata da 35.000 a 30.000 euro e il limite di reddito viene ora indicato con un valore lordo, anziché netto. In questo modo viene ridotto, almeno del 30%, il bacino di persone che può accedere agli alloggi pubblici. Il provvedimento colpisce anche chi è già dentro e ha bisogno di un rinnovo. Su questa scia anche l’assegnazione dei punteggi per stabilire la graduatorie, altamente discriminatoria. Sono previsti molti punti, sommabili tra loro, per chi risiede nel Comune e in Regione. Chi abita in Lombardia da almeno 15 anni avrà 6,5 punti, mentre chi vive nel comune da almeno 10 anni avrà 8 punti. Per fare un paragone significativo, chi ha un reddito sotto i 2.000 euro ottiene 4 punti, chi è stato sfrattato 3,5 punti, chi vive senza servizi igienici 3 punti, mentre un genitore separato 2 punti. Facile che un nucleo famigliare in fortissimo disagio possa essere scavalcato da chi sta meglio ma risiede da sempre nel Comune di residenza. Questa è una discriminazione bella e buona verso le fasce più deboli della popolazione, con la precisa volontà di eliminare le famiglie e i più poveri dal sistema di supporto sociale pubblico”.