Marcallo con Cassone – Imprenditore marcallese minacciato dalla mafia: il ‘boss’ lo intimidì e lo obbligò a pagare 6.500 euro

Nell’inchiesta ‘grillo parlante 2’ si evidenziano i rapporti tra ‘ndrangheta e uomini d’affari

di Erika Innocenti

C’è anche un imprenditore edile di Marcallo tra le vittime dei presunti boss Vincenzo Evolo, residente a Corbetta ed Eugenio Costantino, che ha abitato per anni proprio a Casone (per ulteriori approfondimenti si rimanda agli articoli a pagina 3 e 28). Questi ultimi due sono accusati di estorsione aggravata dalla modalità di stampo mafioso e il Pubblico ministero che ha seguito l’indagine denominata Grillo Parlante 2, Giuseppe D’Amico, ha chiesto ai giudici del tribunale di Milano una condanna di 9 anni e 6 mesi per Evolo e 7 anni per Costantino. Ma andiamo con ordine. I fatti riguardano il 2011, quando, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Milano, l’imprenditore marcallese di circa 60 anni sarebbe stato costretto dai ‘boss’ a versare la somma di 6.500 euro in contanti al potente clan Di Grillo-Mancuso. Si legge nell’ordinanza che Evolo e Costantino sarebbero stati “in concorso tra loro e con un altro complice, mediante minacce esplicite e implicite” si sarebbero fatti forza anche “grazie alla capacità di intimidazione derivante dal vincolo associativo dell’articolazione mafiosa denominata ‘Di Grillo- Mancuso’”. In particolare, Evolo, secondo gli inquirenti, avrebbe costretto l’imprenditore Potito Giandolfi di Marcallo a consegnargli la somma, appunto, di 6.500 euro. Una vera e propria estorsione, in cui il presunto boss Evolo avrebbe pure ricordato al malcapitato di essere stato 13 anni in galera, il tutto “a chiaro scopo intimidatorio”. L’estorsione sarebbe poi stata portata avanti nel seguente modo: Costantino avrebbe saputo che Giandolfi aveva un debito con tale Marco Lopez, avvisando così il braccio destro del ‘boss’ cuggionese Sabatino ‘Tino’ Di Grillo, Vincenzo Evolo. Quest’ultimo, così, insieme a un complice si sarebbe recato al cantiere dove l’imprenditore stava lavorando e gli avrebbe intimato di pagare a lui la somma dovuta a Lopez perché quest’ultimo gli avrebbe ceduto il credito (fatto non vero, però). Si legge nell’ordinanza: “Giandolfi pagava due rate da 2 mila euro ciascuna, e poi saldava in una terza soluzione una cambiale da 3.500 euro che era stato costretto a versare allo stesso Evolo, che gli abbuonava la parte residua del debito”. Concludono gli inquirenti che i due ‘boss’: “Hanno speso negli incontri con Giandolfi la ‘fama criminale’ della cosca ‘Di Grillo-Mancuso’ e più in generale della ‘ndrangheta lombarda, e sfruttavano così la forza intimidatrice promanante dalla medesima organizzazione criminale e dei vincoli di soggezione e omertà da essa derivanti”. A seguito di quest’operazione sono quindi emersi gli spaventosi legami tra ‘ndrangheta e imprenditoria. Ora l’ultima parola spetterà ai giudici che dovranno emettere la sentenza di primo grado nei primi mesi del nuovo anno.