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Aveva 34 anni, Giuseppe Ruberto. E faceva il tecnico di radiologia all’ospedale di Nicosia, in provincia di Enna. In 7 anni ha prodotto 148.513 esami tra radiografie ed ecografie. Il 19 settembre del 1998 è morto d’infarto. Vent’anni dopo la Cassazione scrive una sentenza storica. Giuseppe Agozzino, legale della famiglia Ruberto, commenta così: “Non è accettabile riversare sui dipendenti tutto l’onere di garantire le prestazioni sanitarie ai pazienti”. Sfatiamo tre luoghi comuni

27 GIUGNO 2017

di Maria Teresa Maggiolini

NICOSIA (ENNA) – La Corte di Cassazione è l’ultimo grado di giudizio, cui approdano le cause respinte dagli altri tribunali in tutta Italia; per semplificare è l’ultima speranza, l’attesa di una parola definitiva su una causa. Le sue sentenze non trovano eco sui giornali, se non in casi in qualche modo eccezionali e questa sentenza a suo modo lo è. Per due motivi: arriva a distanza di quasi vent’anni dal fatto e condanna una Ats (un’azienda sanitaria territoriale), a risarcire la morte di un lavoratore nella sanità. Eccezionale la durata, che non staremo a dettagliare. Ma eccezionale anche il motivo: la morte del lavoratore viene riconosciuta come causata sia da una patologia cardiaca sconosciuta fino al momento dell’infarto sia dall’eccesso di lavoro e dalle condizioni pesantissime cui l’azienda lo costringeva.

La storia

Ma usciamo dal freddo linguaggio giudiziario e veniamo al fatto. Un giovane medico, Giuseppe Ruberto, nel 1991 inizia a lavorare all’ospedale di Nicosia, provincia di Enna, Sicilia centrale, ma non fa il medico, bensì il tecnico di radiologia. Perché? Probabilmente un lavoro sicuro, anche se non all’altezza delle sue aspettative, ma questo farà di lui un tecnico particolarmente apprezzato per competenza e dedizione. Insieme a tre colleghi copre il lavoro che in 7 anni assomma a 148.513 esami tra radiografie ed ecografie, quasi 5.000 Tac, che fanno più di 20.000 esami l’anno. Un numero enorme ( tutti necessari? Ma Giuseppe “non diceva mai di no”), possibile grazie al ricorso massiccio a straordinari, reperibilità per chiamate in servizio continue festive e notturne ben oltre i limiti di legge. Finchè il 19 settembre del 1998 muore d’infarto a 34 anni. Lascia la giovane moglie e una bimba di due anni.

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I processi

Il processo di primo grado inizia nel 2006 al tribunale di Nicosia (che ora non c’è più) e si conclude nel 2010 con la condanna dell’Azienda sanitaria di Enna, la quale si appella e a Caltanissetta si ribalta la sentenza. Nuovo appello e qualche andirivieni giudiziario, ma finalmente si approda alla Corte di Cassazione che, giugno 2017, detta la parola definitiva: L’Ats di Enna è responsabile della morte del giovane medico. Giuseppe Agozzino, legale della famiglia Ruberto, in un articolo pubblicato su ‘Altalex’, commenta così: “Non è accettabile riversare sui dipendenti tutto l’onere di garantire le prestazioni sanitarie ai pazienti”. La sentenza è netta: “Tocca all’imprenditore  adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

Poche ma chiare parole

In poche ma chiare parole una volta accertato il superlavoro e il disagio aggiuntivo (per chi non lo sapesse e pensasse a Nicosia come l’anticamera della spiaggia di Taormina ci corre l’obbligo di chiarire che la cittadina si trova a 750 metri d’altitudine e gli inverni nel centro della Sicilia sono particolarmente rigidi) l’Azienda sanitaria avrebbe dovuto prevedere che caricando di super lavoro quel tecnico di radiologia lo esponeva a un possibile danno, che va risarcito nelle persone della famiglia: la moglie e la figlia, private in giovane età del marito e padre. Non sappiamo quale sarà il risarcimento che la Corte d’appello di Palermo stabilirà (sì, perché la sentenza contempla ancora questa ultima tappa): ma il principio nel campo della Sanità si pone come un macigno per tutti i dirigenti locali, per la precisione regionali. I problemi di bilancio non giustificano gli abusi, una migliore organizzazione del lavoro è il loro dovere, prioritario quindi diventa l’eterno italico problema dei controlli,perché i furbetti non facciano morire d’infarto gli onesti .

Luoghi comuni

E se qualcuno ora si ponesse l’altrettanto eterna domanda: chi paga? Non siamo in grado di rispondere con certezza. Non siamo nel campo del diritto penale, l’Azienda sanitaria pagherà il dovuto, risalire la catena delle responsabilità è ormai inutile a distanza di quasi vent’anni. Resta qualche riflessione non inutile: per i razzisti sottotraccia (ci sono) il ‘terrone’ che muore d’infarto anche per il troppo lavoro cui non voleva dire di no; per una seconda categoria, per cui il dipendente pubblico è sempre un lazzarone;  per chi dice che non si capisce mai niente, una sentenza chiarissima.