Dalle immagini della campagna emerge una frattura politica netta: Sartori tra la gente, Slavazza tra i politicanti. Sul centrodestra pesa anche l’inchiesta Hydra e il silenzio sul boss mafioso con la tessera di Fratelli d’Italia. Fioccano i dubbi
PARABIAGO (MILANO) – “Parabiago, due immagini. E dentro, due modi completamente diversi di fare politica”. Non serve molto altro per capire questa campagna elettorale. A scriverlo è un cittadino-elettore appassionato di politica, che si firma “Ghostwriter”, e che con un post su Facebook ha colto un punto che va oltre la semplice contrapposizione tra candidati. Da una parte Giacomo Sartori, “fuori, in mezzo alla gente, in strada. Non oggi, non per la foto buona dell’ultimo minuto, ma da mesi. Incontri, volti, discussioni vere”. Dall’altra Marica Slavazza, “presentazione in villa liberty, location elegante, foto perfetta, tutti in fila. I nomi che contano, sorrisi impeccabili, giacche stirate e messaggio studiato al millimetro”. Due immagini, appunto. Ma soprattutto due modelli.
Sartori e Slavazza, due origini diverse

Non è solo una lettura suggestiva. È una fotografia politica. La candidatura diSartori nasce dentro un percorso costruito nel tempo, fatto di presenza sul territorio, ricomposizione di un’area che nel 2020 si era presentata divisa e oggi torna unita attorno a un progetto civico. Al contrario, quella diSlavazza arriva al termine di mesi di tensioni nel centrodestra, con una scelta maturata ai livelli superiori, tra pressioni, trattative e rapporti di forza che hanno visto Fratelli d’Italia prima litigare al proprio interno e poi imporre la linea, con la Lega costretta a subire e Forza Italia restare ai margini. Non è una differenza di stile comunicativo, ma di origine politica: da una parte una candidatura che cresce nella città, dall’altra una candidatura che prende forma nei diktat del partito più forte.
La carica dei forestieri

A guardarla bene, la foto simbolo di Slavazza, dice più di tante parole. Attorno alla candidata sindaca c’è un gruppo di politici e politicanti: Mario Mantovani sindaco di Arconate, Cristian Garavaglia ex sindaco di Turbigo, Mario Almici candidato sindaco di Legnano, Umberto Maerna di Magenta (deputato FdI) e altri volti che arrivano da Ozzero, Zelo Surrigone o giù di lì. Tutto legittimo, per carità. Ma la domanda sorge spontanea: qualcuno di Parabiago c’era? Più che una squadra radicata in città, sembra una convocazione allargata, una chiamata alle armi che arriva da fuori: la carica dei forestieri. Non è una questione di nomi, ma di percezione. Perché quando una candidata si presenta così, con il territorio sullo sfondo e i riferimenti altrove, il rischio è che qualcuno inizi a chiedersi se questa partita si stia giocando davvero in città oppure da altre parti.
Unità apparente e “tregua armata”
Oggi il centrodestra si presenta compatto. Ma è una compattezza che non convince fino in fondo. Ancora “Ghostwriter” usa parole nette: “Più che un gruppo, sembra una tregua armata. Sorrisi davanti, equilibri delicati dietro. Gente che oggi si abbraccia e domani, se serve, si sgambetta senza pensarci due volte”. È un giudizio duro, che si inserisce dentro una dinamica evidente: la candidatura di Slavazza chiude una partita interna, ma non è detto che apra una fase davvero solida. E quando le alleanze nascono come fine obbligata dei litigi più che come progetto condiviso, il rischio è che la stabilità resti solo in superficie.
Il boss e la foto che imbarazza Fratelli d’Italia
Su questo quadro si inserisce un elemento che non riguarda direttamente la sfida elettorale, ma che contribuisce a definire il contesto. Negli ultimi anni, nell’Altomilanese, è emersa la vicenda di Gioacchino Amico, figura centrale dell’inchiesta Hydra, boss del clan Senese e protagonista del cosiddetto “consorzio delle mafie”. Un uomo che ha vissuto ad Arconate e si muoveva tra i nostri paesi, risultando tesserato a Fratelli d’Italia e arrivando a parlare, in intercettazioni, della possibilità di candidarsi a sindaco a Busto Garolfo e di rapporti con importanti esponenti del partito di Giorgia Meloni. Su questa vicenda, nonostante le domande poste anche da militanti locali, non è mai arrivata una risposta politica chiara. Un silenzio che, nel momento in cui la campagna elettorale entra nel vivo, rischia di trasformarsi in un elemento di imbarazzo e di alimentare interrogativi tra gli elettori.
Una partita davvero aperta dopo 25 anni
Per 25 anni Parabiago è stata una roccaforte del centrodestra. Oggi non lo è più. Non perché il centrosinistra sia improvvisamente diventato imbattibile, ma perché per la prima volta il centrodestra appare esposto, attraversato da tensioni interne e appesantito da un contesto che non è stato fino in fondo chiarito. La differenza, allora, non sta solo nei programmi o nei nomi in campo, ma nel modo in cui si costruisce il consenso e si affrontano le criticità. “Vediamo chi resta davvero dalla stessa parte e chi invece aveva solo messo la giacca giusta per la foto”, scrive ancora “Ghostwriter”. È una provocazione, ma anche la sintesi più efficace di una campagna elettorale che, per la prima volta dopo decenni, appare apertissima.






