Santo Stefano Ticino, intervista a Tancredi Pianta: “Ho iniziato quando avevo soltanto 12 anni”

di Francesca Ceriani

SANTO STEFANO TICINO (MILANO) – Dopo aver fatto parte del Corpo Musicale ‘Giuseppe Verdi’ di Santo Stefano Ticino per ben 69 anni, il clarinettista Tancredi Pianta lascia l’attività musicale.

L’intervista a Tancredi Pianta

“Ho iniziato nel 1952, quando avevo 12 anni – racconta Tancredi – La musica mi è sempre piaciuta: volevo suonare la fisarmonica, ma mio papà, che aveva 4 figli, non aveva le possibilità economiche. Allora mi ha mandato alla scuola della banda musicale, dove ho iniziato a suonare il clarinetto in si bemolle. A quei tempi c’era il cavalier Aurelio Fanciosti, che ci ha insegnato a marciare. Era originario di Corbetta: era bravissimo, gestiva sei bande. Negli anni si sono susseguiti altri maestri, tutti capaci e brave persone”. Nel tempo, il Corpo musicale è cambiato. “All’epoca, quando c’erano i concerti, venivano anche le bande di altri paesi e tutta la cittadinanza accorreva in piazza a vederci. Le bande che venivano da fuori portavano i loro concittadini ed era una grande festa. Quando io ho iniziato, inoltre, ero l’unico ragazzo, il più giovane del gruppo. Il nostro vicemaestro non voleva le donne, ma grazie a una nostra concittadina, Sabatina Pannarelli, che si è impuntata e ha studiato da sola, anche le donne sono state ammesse nella banda: lei è stata la prima stefanese a farne parte”.

I ricordi più belli

Tanti i momenti emozionanti durante questi 69 anni: “Io non sono mai mancato a nessun impegno – continua Tancredi – I ricordi sono parecchi. Sono stato premiato diverse volte, sia dal Comune, quando venne a consegnarmi il premio una professoressa del Conservatorio di Milano, sia dal Corpo musicale. Il momento più emozionante è stato quando, a 12 anni, ho suonato in pubblico per la prima volta: non me lo dimenticherò mai”. Ora, a 82 anni, Tancredi è costretto a lasciare per motivi di salute: “Non avrei mai smesso, ma devo pensare alla mia salute ora – spiega con un pizzico di tristezza – Ho dato la mia vita per la banda, perché senza la banda, secondo me, il paese muore. In tutti questi anni abbiamo raccolto fondi, perché non c’erano i finanziamenti: mandavamo le buste casa per casa. Poi il Comune ha iniziato a dare qualche soldo, ma non basta. Purtroppo, sia le amministrazioni comunali sia i giovani tengono sempre meno al nostro corpo musicale: i ragazzi si stancano subito. Ma senza la banda, che suona alle manifestazioni e che un tempo suonava anche ai funerali, non ci sarebbe più musica per le vie del paese”.

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