L’omicidio di un ‘rivale’ in amore, la condanna all’ergastolo, la rocambolesca evasione che costò la vita al fratello Nino e infine il pentimento: Domenico ‘Mimmo’ Cutrì non finisce di stupire e, per la prima volta, parla dal carcere di Opera. Lo fa con una lettera, indirizzata al tenente che lo arrestò e pose fine, una volta per tutte, alla sua latitanza. Fra 10 anni potrebbe uscire dal carcere con qualche permesso premio

12 SETTEMBRE 2016

di Francesco Colombo

INVERUNO (MILANO) – Parla per la prima volta dal carcere di Opera Domenico Cutrì, condannato a 26 anni di reclusione per l’omicidio del polacco Lukasz Kobrzeniecki avvenuta a Trecate nel 2006 e ad altri 2 anni per la rocambolesca evasione organizzata dai fratelli Daniele e Nino il 3 febbraio 2014 davanti al Tribunale di Gallarate. Mimmo, che in carcere è ben integrato con gli altri detenuti e continua il suo percorso di riabilitazione, ha deciso di scrivere una lettera al tenente Massimiliano Corsano, che all’epoca dell’evasione era Comandante del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Varese.

La lettera

Nella missiva, scritta di suo pugno, Mimmo ringrazia il tenente Corsano per essere riuscito ad arrestarlo e aver posto fine alla sua latitanza e per essere riuscito, là dove altri magistrati e poliziotti avevano fallito, a fargli confessare la verità sull’omicidio del giovane polacco. La vicenda giudiziaria del Cutrì, in effetti, è molto travagliata e il tenente Corsano, assieme al Pubblico Ministero di Busto Arsizio Raffaella Zappatini, ha rivestito un ruolo molto importante nella definizione dell’iter legale.

La storia

Si parte dal lontano 2006, quando nell’estate di quell’anno viene ucciso a Trecate il giovane Lukasz, colpevole – secondo Cutrì – di aver fatto alcuni apprezzamenti di troppo alla sua ragazza. In un primo momento Cutrì sostiene di essere il mandante dell’omicidio ma non l’esecutore materiale. La Corte d’Assise di Novara lo condanna all’ergastolo, pena confermata anche in Corte d’Assise d’Appello a Torino nel dicembre 2012. Il processo è lungo e difficile: i testimoni vengono chiamati a deporre in un clima di paura e di tensione, affiorano bugie, ripensamenti e versioni contrastanti.

L’evasione

Quando i giudici condannano Cutrì al carcere a vita, i fratelli di Mimmo meditano vendetta. Il piano prende corpo il 3 febbraio 2014, quando viene organizzata da Nino e Daniele una rocambolesca evasione davanti al Tribunale di Gallarate tra gli spari. Nino perde la vita, Daniele e Mimmo si danno alla fuga. Saranno catturati domenica 9 febbraio a Inveruno, in una casa disabitata nella centrale via Villoresi.

L’epilogo

E’ in quel momento, proprio dopo la cattura, che Mimmo cambia. Grazie alla professionalità del pubblico Ministero Zappatini e del tenente Corsano, nel corso di 3 interrogatori Cutrì ammette di essere l’esecutore materiale dell’omicidio del 2006 e non più il mandante. A quel punto il processo viene riaperto: sarà la Corte di Cassazione, nel 2016, a mettere la parola ‘fine’ alla vicenda giudiziaria con una condanna a 26 anni di carcere. Mimmo quindi evita l’ergastolo e patteggia 2 anni per l’evasione. Un ruolo fondamentale, nella vicenda, l’ha avuto anche l’avvocato difensore di Mimmo, Roberto Grittini: “Dopo l’evasione, anche io dissi a Mimmo che doveva piantarla di dire bugie, e così è stato. Dove hanno fallito i giudici di Novara e Torino, ci sono riusciti il tenente Corsano e il Pm Zappatini. Ora Mimmo ha voluto ringraziarli e ora è sereno in carcere, ben integrato assieme ai compagni”.

Nuova vita?

Sulle tempistiche della scarcerazione di Cutrì, Grittini non si sbilancia: “E’ presto per parlarne, l’iter è ancora lungo, ma è possibile che tra 10 anni Mimmo possa iniziare a usufruire di qualche permesso. Di sicuro, non prima”.