Maxi operazione della Dda di Reggio Calabria contro il traffico internazionale di droga gestito dalle cosche della ‘ndrangheta aspromontana: 31 arresti e decine di indagati nei paesi del Sud Milano. La storia dell’alleanza Pelle-Barbaro

17 GIUGNO 2019

di Alessandro Boldrini

San Luca e Platì. Ma anche Corsico, Buccinasco e Motta Visconti, passando per l’Olanda, il Belgio, l’Ecuador e la Colombia. Si ridisegna così la mappa del traffico internazionale di droga gestito dalle potenti cosche della ‘ndrangheta reggina di San Luca e Platì, in provincia di Reggio Calabria, smantellato dalla maxi operazione Edera del Ros dei carabinieri, che lo scorso giovedì 13 giugno ha portato all’arresto di 31 persone (24 in carcere e 7 ai domiciliari). Gli indagati, in totale, sono 58. L’operazione, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo della Dda di Reggio Calabria, ha riportato alla luce gli interessi criminali di alcune storiche famiglie “della ‘ndrangheta ionica reggina, come i Pelle Gambazza di San Luca e i Barbaro Castanu di Platì, in grado di organizzare un network criminale con altre famiglie di ‘ndrangheta della piana di Gioia Tauro e di Reggio Calabria allo scopo di programmare ogni segmento del traffico per l’importazione della cocaina dall’Ecuador e dalla Colombia, fino ai porti di Anversa, Gioia Tauro e Rotterdam”, ha commentato il procuratore capo di Reggio Giovanni Bombardieri.

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Una delle intercettazioni registrate a casa di Giuseppe Pelle a Bovalino (Rc)

L’inchiesta muove i primi passi a partire da alcuni spunti investigativi emersi durante l’operazione Reale del 2010. Tra marzo e aprile di quell’anno gli inquirenti intercettano in un’abitazione a Bovalino una serie di incontri a cui partecipano il padrone di casa Giuseppe Pelle (figlio 58enne di Antonio Pelle Gambazza, capostipite dell’omonima ‘ndrina morto nel 2009); il figlio Antonio, classe 1987; il genero Giuseppe Barbaro, 33enne di Platì; i cognati Pasquale (morto in un incidente stradale il 14 novembre 2014) e Antonio Barbaro, tutti appartenenti alla ‘ndrina fondata dal boss Ciccio ‘u Castanu; oltre a Giorgio Macrì, che vanta contatti diretti con i fornitori di droga in Sudamerica. Peppe Gambazza “avendo impellenti necessità economiche – si legge nell’ordinanza del gip Antonino Foti – pianifica le linee strategiche di un traffico di cocaina, la cui esecuzione tattica veniva delegata a terzi”. Questi ultimi sono Alessandro Manno, 55enne di Caulonia, “coinvolto per far passare le valigie con lo stupefacente ai controlli doganali presso gli scali aeroportuali di Milano” e Domenico Sergi, 32 anni, figlio del boss ergastolano Ciccio Mbilli e nipote di Antonio Papalia, residente a Buccinasco, che aveva il compito di “eseguire in sicurezza il prelievo e il trasporto della droga, con autovetture, direttamente in Calabria”.

Il 21 aprile del 2010, però, per la famiglia Pelle scattano le manette dell’operazione Reale. Venti giorni dopo, l’11 maggio, viene arrestato per associazione mafiosa anche Giorgio Macrì, presunto mediatore con i narcos, e l’attività condotta da Manno s’interrompe. Nel frattempo, Domenico Sergi e Giuseppe Barbaro non si fermano e il 19 giugno successivo gli inquirenti sequestrano a Ventimiglia un carico di 22 chili di cocaina occultato in un tir (modificato all’interno della carrozzeria Winner Car di Buccinasco, gestita da Anna Sergi, sorella di Domenico, e Gennaro Ragosta) proveniente dalla Spagna e arrestano i due presunti corrieri, Tommaso Mazzone, 58enne di Corsico, e Manuel Anibal Rodriguez Rengifo, detto Miguel, 35enne peruviano residente a Motta Visconti. A questo punto Sergi, preoccupato di un possibile arresto, sospende ogni attività e si rende irreperibile. Le indagini proseguono e i militari individuano “un ulteriore circuito di soggetti legati a Giuseppe Barbaro” formato, tra gli altri, dai fratelli Antonio e Rosario Musitano, da Francesco Trimboli e dai tre fratelli Pasquale, Cosimo Francesco e Damiano Calabria, tutti originari di Platì. E “uno dei punti d’incontro del ‘gruppo’ platiota – scrive il gip – era individuato nel panificio Musipane gestito dai Musitano e dai loro familiari a Corsico”, chiuso per interdittiva antimafia e già al centro delle polemiche per aver organizzato, con il patrocinio del Comune, la Sagra dello stocco di Mammola a fine 2016.

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La locandina della Sagra dello stocco di Corsico

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L’attività dei presunti narcos calabresi si ferma nel maggio del 2011, quando Antonio Musitano scopre una microspia all’interno della sua auto. Nonostante il commercio di marijuana ‘di qualità’ (rivenduta tra i 5.100 e i 5.700 euro al chilo) e di coca (fino ai 42.000 euro al chilo) sulla piazza milanese venga interrotto, però, le indagini vanno avanti e la rete di nomi diventa sempre più fitta. Secondo gli investigatori, infatti, uno dei fornitori del gruppo platiota è Domenico Ficara della famiglia sanlucota dei Ciceri. Monitorando i suoi spostamenti, vengono poi ricostruiti i rapporti di mediazione per l’acquisto della droga in Sudamerica. I cluster di questo network criminale sono Consolato Malaspina, Salvatore Di Napoli, ma soprattutto Paolo Franco, “ovvero colui che materialmente ha intrattenuto i rapporti con la componente sudamericana fornitrice del narcotico” per il tramite di due latitanti, Domenico Trimboli – alias Alberto Gonzalez Trembol – e Santo Scipione, arrestati dalla polizia colombiana rispettivamente il 24 e il 27 aprile 2013. I due latitanti, spiega il gip, pianificano e organizzano l’importazione di droga sia in Canada che in Italia grazie alla collaborazione del colombiano Elicier Jorge Bermudez, detto Cuco, che assiste sia i gruppi calabresi sia alcuni gruppi veneti, come quello formato dai padovani Antonio Bastianello, Antonio Maniero e Ferdinando Scremin.

Lo sviluppo dell’attività investigativa attorno ai fornitori di droga porta poi a individuare un ulteriore gruppo di narcotrafficanti, che opera sia direttamente in Italia sia dalla Colombia e dall’Ecuador, passando attraverso gli scali portuali del Nord Europa, come Anversa e Rotterdam. Il gruppo, secondo la Dda, è composto dai fratelli Antonio (alias Il Lungo), Francesco (Il Corto) e Domenico Strangio, con quest’ultimo che fa da portavoce con i rosarnesi Giuseppe Bellocco (Crodino piccolo), Marco Arcuri e Francesco Franco Germanò. A loro si uniscono anche Domenico Cortese detto Mimmo il macellaio, Giuseppe Cortese detto Pino, Luciano e Vittorio Cordì, Silvio Gangemi e Pasquale Zangari, ritenuti co-finanziatori delle attività illecite. Gli Strangio-Bellocco possono infine contare sulla collaborazione di un gruppo di sudamericani nei Paesi Bassi, capeggiati dall’ecuadoregno Roberto Fernando Bolivar Contreras Gomez, detto Crodino grande e dal genero colombiano.

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Il linguaggio in codice usato da due indagati

“Cane”, “veterinario”, parole spezzate a metà e sillabe apparentemente senza senso. C’è un po’ di tutto nel linguaggio in codice che gli indagati usavano per comunicare tra di loro e per parlare di affari. Un linguaggio talmente criptico che pure loro, a volte, facevano fatica a capire: “Unnu sai tu perché non ti posso dire niente per telefono… perché qua come parli… pare che si parla a coppola di cazzo!”. Insomma, la paura di essere intercettati è tanta (“cà semo nu poco sutto… con la legge!”), ma a volte è lo stesso linguaggio criptico usato dagli indagati a tradirli. “Ehi ascolta, porta il cane dal veterinario. Hai capito?”, chiede Miguel Rodriguez Rengifo poco dopo il fermo a Ventimiglia alla compagna Valentina Mazzone, classe 1982 di Motta Visconti. “Sì”, risponde lei per due volte. All’apparenza tutto tranquillo, ma per gli uomini della Dda all’ascolto qualcosa non va. Forse perché la telefonata tra i due avviene alle 3:20 di notte: “Appare più logico ritenere che, con tale frase, Rodriguez Rengifo volesse far intendere alla donna, senza esporsi al telefono, la necessità di nascondere qualcosa, probabilmente stupefacente che i due detenevano presso la loro abitazione” di Motta Visconti.

San Luca e Platì – rispettivamente il cuore e il cervello della ‘ndrangheta secondo il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri – si riconfermano quindi le capitali mondiali del traffico internazionale di droga, oltre che il motore economico centrale di tutti gli affari delle cosche calabresi del pianeta. E per capire l’importanza del sodalizio Pelle-Barbaro che lega i due centri aspromontani è bene fare un salto indietro di quasi dieci anni. E’ il 19 agosto del 2009 e nelle chiesa di San Luca si celebra il matrimonio più importante della storia mafiosa calabrese, ossia quello tra Elisa Pelle, figlia di Giuseppe, e Giuseppe Barbaro, figlio del defunto Pasquale. Gli invitati sono tanti, tantissimi. Talmente tanti che i novelli sposi devono organizzare il ricevimento in due ristoranti diversi, a venti chilometri l’uno dall’altro, e sono costretti a far la spola tra Platì e Ardore Marina per salutare tutti. Un appuntamento a cui è assolutamente vietato mancare, visto che l’occasione, oltre a sancire e a rinforzare il legame tra le due cosche, è buona pure per assegnare al boss Domenico Oppedisano la carica di capo-Crimine. “Hanno voluto fare un matrimonio di potere, per dimostrare che sono forti, che sono venuti da tutte le parti. Hai capito che cosa hanno voluto fare?”, dirà il figlio di Oppedisano, Raffaele, al padre Domenico in un’intercettazione. Sì, perché a quel matrimonio c’erano anche gli uomini delle Forze dell’ordine, che da anni seguivano passo passo i boss. Capibastone che poi finiranno in manette nella maxi retata Crimine-Infinito del 2010 e via via in quelle successive. Tutto il resto è storia.

I boss ripresi dai carabinieri durante un summit al Santuario della Madonna di Polsi a San Luca (Rc)

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