Politica e Giustizia – Lombardia, spese pazze: chieste 56 condanne

I consiglieri regionali lombardi mandano a rimborso anche i lecca lecca, i toscanelli, le barrette energetiche, le riviste ‘Max’ e ‘Quattroruote’, pranzi, cene, alberghi e pure i francobolli. La Procura li accusa di truffa e peculato. Chiesti complessivamente 145 anni di carcere

11 MARZO 2017

di Ersilio Mattioni

MILANO – Mano pesante della Procura di Milano contro i politici di Regione Lombardia, che secondo l’accusa hanno ottenuto rimborsi irregolari per una cifra stimata in 3 milioni di euro. Ex assessori, ex consiglieri e membri del parlamentino lombardo attualmente ancora in carica sono accusati, a vario titolo, di peculato e truffa.

Di tutto, di più

Con i soldi pubblici avrebbero comprato di tutto: smartphone, computer portatili, dispositivi per identificare gli autovelox, libri, giornali, caramelle, bottiglie di vino, formaggio grana, barette energetiche, gelati, toscanelli, riviste come ‘Max’ o ‘Quattroruote’, frigobar in ufficio e chi più ne ha più ne metta. E ancora, pranzi e cene come se piovessero, dagli economici fast food ai ristoranti di lusso: il conto, per loro e gli amici e compagni di partito, lo pagavamo sempre i cittadini lombardi. L’inchiesta sulle spese pazze sta per giungere all’epilogo. Mercoledì 8 marzo il Pubblico ministero, Paolo Filippini, ha chiesto 56 condanne per complessivi 145 anni di carcere. Riconosciute le attenuanti generiche quasi a tutti, perché i politici hanno restituito il maltolto in modo “più o meno volontario”, dal momento che molti di loro sono già stati condannati dalla Corte dei Conti. Le pene richieste, dunque, vanno da 1 anno e 10 mesi e 2 anni e 10 mesi di carcere.

Qualcuno esagera

Per quasi tutti. Con poche eccezioni. Per esempio, una richiesta di assoluzione è stata formulata dalla Procura per l’ex assessore Massimo Ponzoni, il quale ha tuttavia altri guai, ovvero una condanna per bancarotta fraudolente in altro procedimento. Ma non sempre le eccezioni sono favorevoli agli indagati. Il Pm ha chiesto infatti 2 anni e 10 mesi per Renzo Bossi, figlio del fondatore della Lega Nord; 2 anni e 2 mesi per Nicole Minetti (l’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi), 4 anni per l’ex presidente del consiglio regionale Davide Boni e ben 6 anni per l’ex capogruppo della Lega, Stefano Galli, colui che si fece rimborsare persino il pranzo nuziale di sua figlia. Altre eccezioni riguardano ex consiglieri del Pdl (oggi Forza Italia), la Procura ha chiesto 4 anni di carcere per Paolo Valentini Puccitelli, Angelo Giammario e Gianluca Rinaldin (tutti del Pdl) e 3 anni per Massimo Guarischi, Antonella Maiolo, Gianmarco Quadrini, Marcello Raimondi, Luciana Ruffinelli, Carlo Saffiotti, Mario Sala, Pierluigi Toscani e per l’ex sindaco di Magenta Sante Zuffada, consigliere regionale fino al 2013 e oggi senatore berlusconiano. A lui, già condannato dalla Corte dei Conti per 112.000 euro, vengono contestate spese illegittime per giornali, riviste, francobolli, sms, viaggi, hotel, pranzi e cene. Si torna in aula il prossimo 19 aprile, quando parlerà l’avvocato della Regione, parte civile al processo. Dopodiché cominceranno le arringhe della difesa. La sentenza è attesa per maggio.

Il Pm: “Non si fa politica al ristorante”

Duro il Pm Filippini: “L’attività istituzionale non si fa al ristorante. Non si può invocare ‘la buona fede’ e nemmeno pensare che fosse legale comportarsi così, solo perché lo si fa da 50 anni”. Per l’accusa chiedere e ottenere i rimborsi per pranzi e cene definiti istituzionali senza presentare giustificativi appropriati “è una prassi inveterata illecita”. Anche perché le spese di ristorazione “non sono contemplate da alcuna norma”. Da ultimo il Pm ha sottolineato come un consigliere regionale percepisca 8.500 euro al mese di stipendio più altri 6.000 tra ‘diaria’ e spese di missione, cui si aggiungono altri 3.500 euro netti per il rimborso di viaggi e trasporti. Chiosa finale: con queste indennità non è possibile pensare che ristorazione e vari gadget “fossero spese di rappresentanza e che fosse necessario per un consigliere dover offrire un pranzo (a spese dei contribuenti) ai suoi interlocutori”. Si trattò, dunque, “di una evidente volontà di commettere un illecito”.

Non sono tutti uguali

Così facevano tutti? Non proprio, ci sono anche politici ‘diversi’. E la Procura lo ha messo in risalto: “Esistono consiglieri che non sono stati nemmeno sfiorati da questa indagine: non hanno speso un euro in più rispetto al budget assegnato e altri hanno speso pochissimo e lo hanno giustificato in modo puntuale. L’approccio di questa inchiesta quindi non è stato quello di ‘sparare nel mucchio’, proprio perché non è vero che tutti si comportavano allo stesso modo”.