Dietro le dimissioni del sindaco non solo un rimpasto mancato: emergono retroscena politici e manovre pre-elettorali. Il nodo Binaghi agita il centrodestra, mentre il centrosinistra non appare pronto al voto anticipato
MAGNAGO (MILANO) – Le dimissioni del sindaco Dario Candiani, presentate il 29 dicembre, non sono solo l’epilogo di una trattativa fallita sul rimpasto di giunta. Nei retroscena politici che circolano in paese e negli ambienti di partito, quella scelta appare come l’effetto finale di una partita giocata altrove, lontano dall’aula consiliare e dalle dichiarazioni ufficiali. Secondo voci insistenti, da leggere insieme a quanto accaduto nelle ultime settimane, i partiti del centrodestra avrebbero già lo sguardo rivolto alle elezioni anticipate, con una strategia definita e un nome – Ferruccio Binaghi – che circola con sempre maggiore frequenza.
Un silenzio che pesa
Quando Candiani ha annunciato, mesi fa, che non si sarebbe ricandidato per un secondo mandato, nessuno – pubblicamente – gli ha chiesto di ripensarci. Nessun appello, nessuna presa di posizione politica forte a sostegno del sindaco in carica. Un silenzio che oggi appare significativo. Dopo dieci anni di amministrazione di centrosinistra, il centrodestra aveva bisogno di un candidato forte e riconoscibile per tornare a vincere. Candiani, medico del paese e figura molto conosciuta, rappresentava la scelta ideale. Ma l’impressione, maturata col tempo, è che la sua popolarità fosse considerata una risorsa elettorale più che l’espressione di una leadership politica autonoma.
La rigidità dei partiti e il rischio commissariamento
In questo quadro si inserisce la rigidità mostrata dai partiti di maggioranza – Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia – nel rifiutare persino di prendere in considerazione la richiesta del loro stesso sindaco di cambiare parte della giunta. Una chiusura che sorprende, soprattutto perché porta con sé il rischio concreto del commissariamento del Comune. La domanda, a questo punto, è politica: perché rifiutare ogni mediazione? Perché preferire lo strappo e l’incertezza a una soluzione interna che avrebbe consentito di arrivare a fine mandato?
Il nodo Binaghi
Il cuore della crisi resta l’assessore esterno Ferruccio Binaghi, ex sindaco di Magnago dal 1997 al 2007. Figura storica e politicamente divisiva, in questi anni è stato percepito da molti come il vero centro decisionale dell’amministrazione, al punto da essere considerato il “sindaco di fatto”. Candiani lo ha difeso a lungo, ma frizioni, litigi e tensioni continue avrebbero progressivamente logorato il rapporto. Eppure sarebbe bastata la revoca delle deleghe a Binaghi – possibile e pienamente legittima, trattandosi di un assessore esterno che non sarebbe rimasto in consiglio – per disinnescare la crisi. Perché non è accaduto?
Gli altri assessori e una crisi non generalizzata
Va chiarito che Candiani non avrebbe chiesto l’azzeramento totale della giunta. Il vice sindaco Franco Piantanida e l’assessora Federica Berlanda non hanno mai rappresentato un problema, né sul piano amministrativo né su quello dei rapporti personali. Al contrario, sono sempre stati considerati collaborativi. Diversa la posizione dell’assessora Maria Grazia Ragona, che in passato aveva criticato pubblicamente giunta e maggioranza. Una presa di posizione maturata però su una scelta politicamente sensibile: la rinuncia, per motivi economici, ad acquisire immobili confiscati alla mafia. Una frizione politica vera, non una semplice questione personale.
Elezioni anticipate e un nome che circola
È qui che i retroscena si fanno più espliciti. Negli ambienti politici si vocifera che i partiti del centrodestra avrebbero già trovato un accordo per candidare proprio Ferruccio Binaghi a sindaco. In questa prospettiva, le elezioni anticipate non spaventerebbero: il centrosinistra non appare pronto, né avrebbe ancora individuato un candidato forte. Se così fosse, il commissariamento diventerebbe un passaggio accettabile, quasi funzionale, e le dimissioni di Candiani assumerebbero un significato diverso: non un incidente di percorso, ma il prezzo di una strategia politica che guarda già oltre l’attuale amministrazione, tenendo poi in considerazione il fatto che il centrosinistra, senza candidato, non appare pronto per il voto anticipato. Una lettura che, per ora, resta sul piano dei retroscena e delle notizie riservate, ma che spiega molte delle scelte – e dei silenzi – che hanno portato Magnago sull’orlo di una crisi istituzionale senza precedenti recenti.






