Sfuggì all’arresto il 23 maggio 2017, quando l’inchiesta ‘Area 51’ portò in carcere 21 persone nell’ambito della più grossa operazione antidroga degli ultimi 30 anni. La base operativa del gruppo criminale era ad Arluno, nel Milanese, mentre il cervello era a Guardavalle, in Calabria. Gli uomini dell’Arma infliggono un duro colpo alla potente cosca dei Gallace (GUARDA IL VIDEO)

22 AGOSTO 2019

di Ersilio Mattioni

GIARDINI-NAXOS (MESSINA) – Per 2 anni e 3 mesi ha vissuto da latitante, senza mai lasciare l’Italia. Ma la fuga del ‘boss’ della ‘ndrangheta Francesco ‘Ciccio’ Riitano, detto ‘il generale’, è finita nella tarda serata di mercoledì 21 agosto a Giardini-Naxos, comune di 9.000 abitanti in provincia di Messina (GUARDA IL VIDEO DELL’ARRESTO). Il presunto boss, che per anni gestì un imponente traffico di droga nel Milanese (la sua base operativa era nel piccolo comune di Arluno, dove la sua lussuosa villa è stata di recente confiscata), era clamorosamente sfuggito all’arresto il 23 maggio 2017, quando un blitz dei Carabinieri portò in carcere 21 persone. Lui però, il capo, non c’era. E da quel giorno aveva fatto perdere le sue tracce. Le Forze dell’ordine, ipotizzando anche una possibile fuga all’estero, non hanno mai smesso di cercarlo, via via convincendosi che Riitano, in realtà, non aveva lasciato l’Italia per nascondersi invece tra Calabria e Sicilia.

Il ‘boss’ Francesco ‘Ciccio’ Riitano, detto ‘il generale’

L’arrivo in Sicilia del ‘boss

Da tempo il Comando Provinciale di Catanzaro, insieme allo Squadrone Eliportato Cacciatori di Vibo Valentia e agli specialisti del Raggruppamento Operativo Speciale, aveva avviato le indagini tra Calabria e Lombardia per la cattura del latitante, sotto il diretto coordinamento del Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri, del Procuratore della Repubblica Aggiunto Vincenzo Luberto e del sostituto procuratore Debora Rizza della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. Le Forze dell’ordine erano sulle tracce di Riitano già da qualche settimana, quando avevano avuto la certezza della presenza del ‘boss’ in Sicilia. Ma solo ieri, dopo aver predisposto il blitz nei minimi dettagli, hanno deciso di intervenire. Il latitante si trovava in un appartamento di Giardini-Naxos, in provincia di Messina. Qui qualcuno aveva affittato per lui un alloggio all’interno di un complesso residenziale turistico.

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L’arresto e la fuga seminudo

Riitano, al momento del blitz, ha tentato di una rocambolesca fuga, praticamente seminudo, saltando dal balcone del suo appartamento e cercando di dileguarsi a piedi, ma è stato subito bloccato dal cosiddetto ‘dispositivo di cinturazione’, adeguatamente predisposto dai militari, che avevano circondato il complesso residenziale e bloccato ogni possibile via di fuga. Il ‘boss’ è stato trovato in possesso di carta di identità, patente e passaporto italiani, falsificati alla perfezione e intestati a un nome di fantasia. Nell’alloggio i miliari hanno inoltre trovato denaro contante e telefoni cellulari.

Chi ha protetto il latitante?

Secondo i magistrati Riitano sarebbe riuscito a nascondersi per 2 anni e 3 mesi grazie a una fitta rete di contatti tra Calabria e Sicilia, una rete di fiancheggiatori lo avrebbe cioè aiutato e protetto. D’altra parte il ‘boss della droga’ vanta una particolare caratura criminale e un’elevata valenza strategica per la cosca dei Gallace: il suo ruolo di broker nell’importazione di grossi carichi di cocaina dal Sudamerica ha portato al clan della ‘ndrangheta vantaggi e ricchezze. Da ciò l’esigenza, da parte dell’organizzazione criminale calabrese, di garantire a Riitano una latitanza lunga e, per quanto possibile, tranquilla. Per questo sono in corso ulteriori approfondimenti investigativi, al fine di capire chi – famigliari, parenti, amici? – avrebbe coperto la sua latitanza.

L’inchiesta ‘Area 51’

Riitano è considerato il capo di un gruppo criminale dedito al narcotraffico, con rapporti in Germania e in Colombia. L’organizzazione, fino agli arresti del 2017, ha gestito il business della droga nel Milanese, in particolare a Nord dell’hinterland. Nel cuore del centro storico di Arluno – comune di 12.000 abitanti – c’era la base operativa, nascosta in un’anonima corte di via Martiri della Libertà. E nella vicina frazione di Rogorotto sorgeva la lussuosa villa del ‘boss’, oggi sequestrata e assegnata in via provvisoria a una Onlus. Riitano e i suoi uomini avevano messo in piedi un vero e proprio commercio di cocaina, trasporta nei doppi fondi di auto di grossa cilindrata, che veniva periodicamente bonificate dalle eventuali ‘cimici’ grazie a carrozzieri compiacenti. Gli spacciatori comunicavano tra loro attraverso telefoni Blackberry di fabbricazione americana, avendo peraltro cura di utilizzare un linguaggio cifrato. Infine, avevano messo a libro paga un dipendente della compagnia aerea ‘Neos’, allo scopo di modificare la stiva degli aeromobili per nascondere la ‘coca’ proveniente dal Sudamerica.

Tutto comincia nel 2015

A dare il via all’inchiesta fu l’arresto, nel settembre del 2015 a Bareggio, sempre nel Milanese, di Raffaele Procopio: trasportava nella sua auto 30 chili di cocaina. Gli investigatori dei Ros dei Carabinieri e i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano, coordinati dall’allora Procuratore aggiunto Ilda Boccassini, capirono subito che Procopio non era il classico ‘pesce piccolo’. Così, per oltre un anno e mezzo, centinaia di uomini furono impegnati in un’intensa attività investigativa, fatta di pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, ricostruzione di spostamenti e monitoraggi di conti correnti.

Il ruolo delle donne

Dall’inchiesta è emerso anche il nuovo ruolo delle donne: non più silenziose compagne dei boss, tenute all’oscuro delle attività criminali dei loro uomini, bensì partecipi di quelle stesse attività e pronte a prendere in mano le redini dell’organizzazione, nel caso in cui i mariti fossero finiti in carcere. Giovani donne, un po’ vittime e un po’ complici, ma di certo sempre a conoscenza degli affari illeciti e del maxi traffico di droga.

La spaccio al Nord, il cervello in Calabria

Nonostante il business della cocaina si svolgesse interamente nell’Altomilanese, la regia è sempre rimasta in Calabria. Nello specifico a Guardavalle, in provincia di Catanzaro, dove vive e prospera il potente clan Gallace, di cui Riitano è considerato un esponente di spicco. Un vecchio schema: lo spaccio al Nord (dove ci sono tanti soldi e tanti clienti), il cervello al Sud, assieme a una cospicua parte dei ricavi.

Il processo e le condanne

I ‘soci’ in affari del ‘boss’ latitante hanno già subito il processo: in 17 sono stati condannati con rito abbreviato, per tutti loro pene da 1 a 13 anni di reclusione. Ora toccherà a Riitano, gravato da un provvedimento di cattura emesso il 2 maggio 2017 dal Tribunale di Milano a firma del Gip Maria Cristina Mannocci, rispondere finalmente alla giustizia italiana.

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