‘Ndrangheta, all’ex assessore regionale del Pdl, Domenico Zambetti, 7 anni e 6 mesi, mentre al ‘boss’ Eugenio Costantino (che fece scoppiare il ‘caso Sedriano’) 15 anni di carcere. Si chiude una pagina buia della storia lombarda

di Ersilio Mattioni

ROMA – ‘Ndrangheta, la Cassazione conferma le condanne in Appello per gli imputati del processo sulle infiltrazioni della mafia calabrese in Lombardia e le accuse di voto di scambio.

Le condanne

l’ex assessore regionale Domenico Zambetti (Pdl) è stato definitivamente condannato a 7 anni e 6 mesi di carcere, Ambrogio Crespi (fratello di Luigi, ex sondaggista di Silvio Berlusconi) a 6 anni, Ciro Simonte a 8 anni, Eugenio Costantino a 4 anni e 4 mesi. Costantino però – ritenuto il referente della cosca Di Grillo-Mancuso, colui che fece da tramite tra l’allora assessore Zambetti e i clan – vede la condanna sommarsi in continuazione a una precedente pena di 11 anni, e diventa quindi pari a 15 anni e 5 mesi.

Ricorsi inammissibili

In particolare, la prima sezione penale della Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di Costantino e Simonte, mentre ha rigettato nel merito quelli di Zambetti, Crespi e del Procuratore generale. Con questo verdetto ha pienamente superato il vaglio degli ‘ermellini’ la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Milano il 23 maggio 2018.

La vicenda

La vicenda dei rapporti tra politica e mafia comincia nel 2010, quando alla vigilia delle elezioni regionali della Lombardia (con Roberto Formigoni candidato governatore per la quarta volta) l’allora assessore alla Casa, Zambetti, acquistò dalla ‘ndrangheta un pacchetto di circa 4.000 voti, pagandoli 50 euro l’uno per un totale di 200.000 euro. Zambetti ottenne la rielezione con circa 11.000 preferenze. Nell’ottobre 2011 finì in carcere.

L’appuntamento a Magenta

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Le indagini portarono nel nostro territorio, anche perché Costantino aveva casa a Marcallo con Casone. Fu lui a organizzare l’incontro tra l’allora assessore Zambetti e il capoclan Giuseppe D’Agostino, detto ‘zio Pino’, presso la sede dei Bersaglieri di Magenta. Qui i mafiosi scattarono una foto a Zambetti in compagnia del boss calabrese, con il dichiarato scopo di ricattarlo.

Il ‘caso Sedriano’

Nella medesima inchiesta, denominata ‘Grillo parlante’, finì agli arresti domiciliari anche l’allora sindaco di Sedriano Alfredo Celeste. Processato per corruzione, fu assolto in primo grado e la Procura non fece Appello. Dalle carte dell’inchiesta emersero però anche altri dettagli. Per questo il Prefetto di Milano insediò una commissione speciale in municipio. Infine chiese lo scioglimento di Sedriano per mafia: fu il primo (e finora unico) caso in Lombardia. Contro lo scioglimento gli amministratori comunali presentarono due ricorsi: il primo al Tar (che confermò le infiltrazioni della ‘ndrangheta in comune) e il secondo al Consiglio di Stato, che rese lo scioglimento definitivo.

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