Il pentito Francesco Bellusci conclude oggi la sua lunga testimonianza sulla mafia a tre teste, iniziata il 16 settembre. Dopo aver svelato segreti, affari e violenze delle organizzazioni criminali, racconta perché ha deciso di collaborare con la giustizia. E confessa la paura di possibili vendette contro di lui e la sua famiglia
MILANO – «Lei ha timori per la sua incolumità?» La domanda della pubblico ministero Alessandra Cerreti arriva al termine di una lunghissima deposizione, cominciata il 16 settembre e destinata a concludersi oggi, giovedì 29 ottobre. Di fronte ai giudici del processo Hydra, il collaboratore di giustizia Francesco Bellusci risponde senza esitazioni: «Sì». E quando la magistrata gli chiede di indicare le persone delle quali teme maggiormente la reazione, il pentito fa nomi e cognomi. Quelli di uomini e famiglie che appartengono a un mondo criminale del quale, nel corso di sette settimane, ha raccontato segreti, affari, violenze e alleanze.
Bellusci ha paura per la propria vita e per quella dei suoi familiari. Ma perché teme così tanto una vendetta? La risposta è contenuta proprio nelle sue dichiarazioni, che hanno spalancato porte e portoni su un’organizzazione criminale che lui chiama «l’Unione» e che gli investigatori hanno battezzato Hydra, il consorzio della mafia a tre teste, nato dall’alleanza tra esponenti di ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra in Lombardia.
I nomi di chi potrebbe vendicarsi
Nell’udienza di mercoledì 28 ottobre, rispondendo alle domande della pm Cerreti, Bellusci ha indicato alcune delle persone e delle famiglie dalle quali teme ritorsioni: “La famiglia Cutrì, Giacomo Cristello e in generale gli appartenenti al locale di ’ndrangheta di Legnano, la famiglia Nicastro (di Busto Arsizio, appartenente a Cosa nostra, ndr)”. Bellusci ha aggiunto i nomi di altri due cittadini (non indagati in Hydra) da lui definiti “persone molto pericolose”. Sono nomi ricorrenti nella lunga ricostruzione offerta dal collaboratore di giustizia.
Bellusci ha raccontato anche un episodio che risalirebbe al luglio scorso. Toto Cutrì (padre di Mimmo e Nino) si sarebbe avvicinata allo zio Orlando, che lavora nel settore ortofrutticolo, rivolgendogli parole interpretate dal collaboratore come una minaccia indiretta nei suoi confronti: “Dì a tue nipote di lasciare stare i morti”. Un messaggio che, secondo Bellusci, avrebbe avuto un significato preciso: intimargli di non parlare. Si tratta di timori e di una presunta intimidazione riferiti dal pentito, non di responsabilità per eventuali minacce già accertate nei confronti delle persone indicate.
Sette settimane per raccontare la mafia a tre teste
Per comprendere quelle paure bisogna ripercorrere almeno alcuni degli episodi raccontati da Bellusci, protagonista di una delle testimonianze più importanti del processo Hydra. Il collaboratore ha ricostruito innanzitutto la nascita dell’Unione, che colloca in un capannone di Cassano Magnago, nel maggio 2021. È lì che, secondo il suo racconto, rappresentanti delle tre organizzazioni mafiose avrebbero raggiunto il primo accordo per collaborare stabilmente, superando divisioni e rivalità nell’interesse degli affari.
Poi gli altri incontri, tra cui il pranzo organizzato sul terreno di Giacomo Cristello tra Castano Primo e Robecchetto con Induno, le riunioni negli uffici di Dairago, Inveruno e Busto Garolfo, gli accordi sulle attività economiche e la gestione dei rapporti tra le diverse componenti criminali.
Bellusci ha parlato anche delle armi, dei luoghi nei quali sarebbero state custodite o movimentate, di un’officina meccanica, della vicenda di una nota armeria del territorio e delle pistole presenti nell’ufficio di Dairago. Un capitolo delicatissimo, nel quale le sue dichiarazioni si intrecciano con elementi raccolti dagli investigatori. E poi le estorsioni (come quella per il controllo del ristorante Bel-Sit), le intimidazioni, i crediti da recuperare con la violenza, i rapporti tra esponenti mafiosi e imprenditori e un violento pestaggio ai danni un agricoltore di Cuggiono.
Il progetto di uccidere Massimo Rosi
Tra gli episodi più inquietanti raccontati dal collaboratore c’è anche quello relativo al progetto di eliminare Massimo Rosi, esponente di soicco (e per un certo periodo capo reggente) della ’ndrangheta legato al locale di Legnano-Lonate Pozzolo. Bellusci ha ricostruito alcuni incontri in un bar di Legnano, ai quali avrebbe partecipato anche “Pachi” Rienzi. Al centro delle discussioni, la posizione di Rosi, accusato da altri esponenti criminali di presentarsi come autorizzato a ricostituire il locale di Legnano senza avere, in realtà, il necessario consenso della casa madre calabrese. Un contrasto che, secondo il collaboratore, sarebbe potuto sfociare nell’omicidio di Rosi. Una vicenda che restituisce la violenza dei rapporti interni alla ’ndrangheta e il peso dei collegamenti con la Calabria.
I Cutrì, l’evasione di Gallarate e la perizia psichiatrica
Uno dei capitoli più delicati riguarda la famiglia Cutrì, che Bellusci conosce fin dall’adolescenza e che ha indicato tra quelle dalle quali teme possibili vendette. Il collaboratore ha ripercorso la vicenda della clamorosa evasione di Domenico ‘Mimmo’ Cutrì dal tribunale di Gallarate, nel febbraio 2014, e ha raccontato anche i tentativi di ottenere per lui un trasferimento dal carcere a una comunità terapeutica.
Particolarmente significative sono le dichiarazioni sulla perizia psichiatrica attribuita. Secondo la ricostruzione di Bellusci, quella documentazione sarebbe stata funzionale a ottenere una misura alternativa alla detenzione per Cutrì. Il pentito ha sostenuto di aver personalmente pagato lo psichiatra attraverso un assegno. Si tratta di accuse che richiedono di distinguere il racconto del collaboratore dagli eventuali riscontri documentali e dalle responsabilità giudizialmente accertate. Ma anche questo episodio contribuisce a spiegare la delicatezza delle rivelazioni di Bellusci, che ha chiamato in causa persone e vicende conosciute direttamente.
I rapporti con la politica: da Greco al sindaco di Buscate
Nella lunga testimonianza non sono mancati i riferimenti alla politica locale. Bellusci ha raccontato i rapporti tra Giuseppe Greco, ex consigliere comunale di Buscate, Giacomo Cristello e Santino Rispoli, parlando di consegne di denaro destinate a Vincenzo Rispoli, detenuto al 41-bis. Greco, che si è dimesso dal Consiglio comunale, ha negato le accuse e i rapporti illeciti attribuitigli.
Il collaboratore ha chiamato in causa anche il sindaco di Buscate, Fabio Merlotti (FdI), raccontando di un incontro legato alla questione dell’allontanamento della famiglia Barletta da un’abitazione occupata abusivamente. Una vicenda particolarmente delicata, anche alla luce dei precedenti episodi di violenza che hanno coinvolto alcuni componenti della famiglia Barletta, tra cui l’aggressione al sindaco di Arconate Sergio Calloni. Secondo Bellusci, il sindaco di Busacate chiese aiuto alla locale di ‘ndrangheta di Legnano per ottenere lo sgombero di un alloggio popolare di Aler Milano. Il primo cittadino ha smentito in maniera categorica la ricostruzione del pentito.
Sono dichiarazioni che hanno allargato il perimetro del processo, mostrando come i presunti interessi e le relazioni degli uomini delle organizzazioni criminali potessero arrivare a lambire anche la vita amministrativa dei piccoli comuni dell’Altomilanese. Nel corso delle udienze Bellusci ha inoltre fatto riferimento ad altri personaggi e vicende, tra cui Emanuele ‘Dollarino’ Gregorini e Miarika Vestiti, componendo un quadro complesso di rapporti personali, economici e criminali che la Corte dovrà valutare.
“Ho scelto la mia famiglia”
Ma nella parte conclusiva della sua deposizione Bellusci non ha parlato soltanto delle paure per il futuro. Su domanda della pm Cerreti, ha raccontato anche perché abbia deciso di collaborare con la giustizia. Una scelta maturata durante la detenzione nel carcere di Parma, dopo un lungo periodo di riflessione. Un ruolo determinante, secondo il suo racconto, lo avrebbe avuto la moglie, stanca della vita che la famiglia era costretta a condurre e preoccupata che il marito, una volta tornato libero, potesse riprendere i rapporti con gli ambienti criminali.
Soprattutto, Bellusci ha parlato delle tre figlie e della sofferenza provocata dalla lontananza. Due ore di colloquio al mese, appena ventiquattro ore in un anno per vedere le bambine. Una condizione che, a suo dire, non era più disposto ad accettare. Anche la moglie ha pagato un prezzo importante per quella decisione, dovendo abbandonare la propria attività di parrucchiera a Robecchetto e cambiare vita nell’ambito del programma di protezione.
Bellusci ha spiegato di non aver scelto di collaborare soltanto per ottenere benefici sulla pena, ma soprattutto per recuperare il rapporto con la famiglia e lasciarsi alle spalle il mondo criminale nel quale era cresciuto. «Se dovevo scegliere questa vita che stavo facendo o dovevo scegliere la mia famiglia, ho scelto la mia famiglia», ha dichiarato davanti ai giudici.
Il prezzo della collaborazione
Oggi, giovedì 29 ottobre, si conclude dunque la lunga testimonianza di un uomo che ha attraversato per vent’anni gli ambienti della criminalità organizzata e che, scegliendo di collaborare con la giustizia, ha deciso di raccontarne dall’interno meccanismi, protagonisti e segreti. Le sue dichiarazioni dovranno essere valutate dalla Corte, anche alla luce dei riscontri investigativi e delle contestazioni delle difese. Ma il quadro che Bellusci ha tracciato è quello di un’organizzazione capace, secondo l’accusa, di mettere insieme le tre principali mafie italiane per fare affari in Lombardia, usando all’occorrenza intimidazioni, violenze e minacce.
Adesso Bellusci dice di avere paura. Paura degli uomini che ha conosciuto, delle organizzazioni alle quali è stato vicino, delle persone che le sue dichiarazioni potrebbero aver esposto a nuove responsabilità giudiziarie. Ha scelto, dice, di cambiare vita per amore della moglie e delle figlie. Ma è proprio per quella famiglia che oggi teme le conseguenze della sua decisione.





