L’editoriale – La differenza tra verità giudiziaria e responsabilità politica

Le sentenze si rispettano, tutte e sempre

di Ersilio Mattioni

Dall’ottobre 2011, quando mancava un anno all’arresto dell’ex sindaco di Sedriano e quando nulla si sapeva dell’inchiesta in corso, andiamo scrivendo che il comportamento di un uomo pubblico si valuta, prima di tutto, politicamente. E che Alfredo Celeste avrebbe dovuto dimettersi dalla sua carica per una serie di ragioni, che nulla avevano a che fare con la giustizia. Quando l’allora sindaco finì ai domiciliari con l’accusa di corruzione, all’interno della maxi indagine sui rapporti tra ‘ndrangheta e politica, aggiungemmo che le sue dimissioni sarebbero state doverose per togliere un’intera cittadina dall’imbarazzo e dal rischio di subire l’onta dello scioglimento del comune per mafia. La stessa richiesta fu formulata a Celeste e ai suoi fedelissimi dai vertici regionali di Forza Italia, il partito più garantista del mondo. Eravamo tutti impazziti? No, perché quelle considerazioni – politiche, basate sull’opportunità; giornalistiche, basate sulle carte – non chiamavano in causa l’onestà personale di un primo cittadino, bensì il fenomeno, terribilmente preoccupante, delle infiltrazioni mafiose. E soltanto chi è in malafede non coglie la differenza tra un’inchiesta giudiziaria e l’etica pubblica. Oggi, a distanza di oltre quattro anni, possiamo scrivere un primo e significativo report: coloro che erano stati accusati di essere boss della malavita sono stati tutti condannati con pene severissime. I capi, per esempio, dai 10 anni di carcere in su. Tutti, nessuno escluso. Abitavano e si muovevano nel nostro territorio: da Cuggiono a Castano Primo, da Magnago a Vanzaghello, da Magenta a Sedriano, passando per Corbetta, Boffalora e Marcallo. Hanno commesso una pluralità di reati: racket, usura, sequestro di persona. Hanno cercato di inquinare la vita pubblica, vendendo voti sporchi. E hanno ricattato gli imprenditori, prestando loro soldi e poi pretendendo il saldo di un conto salatissimo. Ma per i giudici dell’ottava sezione penale del tribunale di Milano, nello specifico caso di Sedriano, non c’è la prova che l’ex sindaco Celeste sapesse che, di tanto in tanto, frequentava un mafioso. E in ogni caso ciò che Celeste ha fatto – dalle raccomandazioni alla gestione degli appalti – non si configura come reato. E allora, senza aspettare di leggere le motivazioni della sentenza, che tuttavia saranno interessanti, possiamo già dire una cosa. Anzi, ne possiamo dire due. La prima: l’ex sindaco di Sedriano è innocente. La seconda: le infiltrazioni della mafia nel nostro territorio sono acclarate e il conseguente scioglimento di Sedriano per ‘ndrangheta è stato un atto doveroso, soprattutto per proteggere una popolazione spesso ignara di ciò che stava succedendo. Le sentenze si possono discutere e criticare. Però si rispettano. Questo vale per l’assoluzione di Celeste, per la condanna dei boss e per quella dei politici che si sono consegnati alla criminalità organizzata. Ma vale anche per lo scioglimento di Sedriano, deciso dal ministero degli Interni e confermato dal Tar e dal Consiglio di Stato. Cala il sipario (per ora, perché siamo al primo grado) sulle verità giudiziarie. Non cala, purtroppo, sulle infiltrazioni della mafia.