Il segretario del Carroccio, preoccupato per la fase due dell’inchiesta, si prepara a rottamare Maroni

17 FEBBRAIO 2016

di Ersilio Mattioni

MILANO – Il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, sarebbe pronto a chiedere al governatore della Lombardia, il suo compagno di partito Roberto Maroni, di dimettersi nel caso in cui la nuova inchiesta sulle tangenti nella sanità in Lombardia (che ieri ha portato all’arresto di 22 persone, fra cui uno stretto collaboratore di Maroni: il presidente della Commissione Sanità, Fabio Rizzi) assumesse proporzioni più grandi di quelle oggi note. Il sospetto di Salvini, secondo quanto filtra da ambiente leghisti, è che l’inchiesta sulle mazzette abbia svelato solo una parte della corruzione che si annida, da oltre vent’anni, nella sanità lombarda, che può essere definita paradossalmente sia un’eccellenza sia una mangiatoia di proporzioni  inimmaginabili, dentro la quale sguazzano affaristi, politici corrotti e funzionari pubblici ‘infedeli’.

Salvini furibondo con Maroni

Salvini, che ha sospeso l’arrestato Rizzi dal partito, sarebbe inferocito con il governatore Maroni. Per due ragioni. La prima: nel 2013 il governatore avrebbe voluto proprio Rizzi nel ruolo di assessore alla Sanità (poi finito nelle mani di Mario Mantovani, Forza Italia, arrestato il 13 ottobre 2015 con le accuse di corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio), nonostante nel Carroccio fossero in molti a sollevare dubbi sul ‘pupillo’ di Maroni, che finì a presiedere la Commissione Sanità. La seconda: fu il governatore a volere che Rizzi si occupasse in prima persona della riforma sanitaria, approvata nel luglio 2015. In questo modo quella riforma, il provvedimento più importante della giunta Maroni, porta oggi la ‘firma’ di un politico arrestato per corruzione e associazione a delinquere.

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Nella Lega grande imbarazzo

Insomma, l’imbarazzo è grande. Anche perché è già cominciata una lunghissima campagna elettorale: si vota in primavera per le amministrative (comprese Roma e Milano), si voterà nel 2017 per un’altra tornata locale e poi, nel 2018, toccherà alle elezioni politiche. E Salvini teme – come dargli torto – che le inchieste giudiziarie vanifichino parte del suo enorme lavoro per riportare la Lega a livelli competitivi, fino a fare del Carroccio la forza trainante del centrodestra.

La fase due dell’inchiesta

Ma il capo dell’ex movimento autonomista, trasformato nel giro di pochi mesi in un partito di destra nazionalista, teme anche un’altra cosa: la fase due dell’inchiesta sulle mazzette in Lombardia. Se gli arrestati decidessero di collaborare coi magistrati, allora potrebbe aprirsi una voragine, dentro la quale potrebbero essere catapultati politici di primissimo piano, anche della Lega. Se succedesse, Salvini non ci penserebbe un secondo e chiederebbe a Maroni di andarsene, nell’estremo tentativo di preservare l’immagine del movimento (e le percentuali dei sondaggi).

Salvini-Maroni, amore mai nato

Non è peraltro una novità che Salvini e Maroni non si amino. Anzi, il segretario leghista considera il governatore lombardo un uomo di potere, a cui piace poco stare nelle piazze a costruire il consenso e molto nei palazzi a governare. Allora la crisi lombarda può diventare l’occasione per regolare qualche conto interno. In questo modo il 42enne segretario del Carroccio potrebbe fare piazza pulita dei sopravvissuti della vecchia dirigenza leghista. Sarebbe l’ultimo atto della rottamazione.

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