Hydra, Altomilanese crocevia del “consorzio delle mafie”. Udienze preliminari per 143 imputati. Processo in autunno

Dairago, Busto Garolfo, Inveruno, Abbiategrasso e Arconate al centro dell’inchiesta Hydra: summit mafiosi, capannoni della droga e boss in paese. I rapporti con la politica. Ora la parola passa al giudice

di Ersilio Mattioni

ALTOMILANESE – Dall’ospedale Fornaroli di Magenta, dove è stato arrestato Paolo Aurelio Errante Parrino, storico boss di cosa nostra residente ad Abbiategrasso, alle riunioni segrete di Dairago, Busto Garolfo e Inveruno, passando per la casa e il capannone della droga scoperti ad Arconate. L’inchiesta Hydra, che ha scoperchiato il cosiddetto “consorzio delle mafie” in Lombardia (cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta sedute allo stesso tavolo), ha trovato proprio nei comuni dell’Altomilanese uno dei suoi epicentri.

Errante Parrino e la rete di Abbiategrasso

Ad Abbiategrasso vive da anni Paolo Aurelio Errante Parrino, detto “zio Paolo”, già condannato per mafia nel 1997 e indicato dai magistrati come referente di cosa nostra all’interno della cupola lombarda (attualmente in carcere ad Ancona). Arrestato a gennaio all’ospedale di Magenta, è considerato uno dei volti più pesanti dell’inchiesta. Arrivò a minacciare di morte, davanti al sindaco della città Cesare Nai, un dirigente del Comune.

Arconate, la base della camorra e il capannone della droga

Ad Arconate è emersa la figura di Gioacchino Amico, presunto boss del clan camorristico dei Senese, che aveva vissuto oltre un anno in via XXIV Maggio. In paese, oltre alla sua abitazione, i carabinieri hanno scoperto anche un capannone usato per lo stoccaggio di droga. Sempre ad Arconate, sono stati arrestati gli ex gestori di una pizzeria, accusati di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere, con legami a circuiti calabresi.

I rapporti con la politica

Secondo le carte dell’inchiesta, Gioacchino Amico non si limitava al narcotraffico, ma coltivava anche ambizioni politiche. Aveva in tasca una tessera di Fratelli d’Italia e, intercettato al telefono, confidava di voler “fare il sindaco a Busto Garolfo”. Aggiungeva inoltre di avere agganci altolocati nel partito, con cui pensava di costruirsi una legittimazione pubblica nel territorio.

Busto Garolfo e l’“architetto” di cosa nostra

A Busto Garolfo aveva invece sede l’ufficio di Pietro Mannino, detto “l’architetto”, ritenuto dagli inquirenti esponente della famiglia mafiosa dei Fidanzati (cosa nostra). Qui, secondo le carte, si sarebbero tenuti vertici tra boss di camorra, mafia e ‘ndrangheta per discutere di affari, edilizia, superbonus e politica.

Inveruno e Dairago, i summit del “consorzio”

Anche Inveruno e Dairago compaiono più volte nell’inchiesta. A Inveruno si sarebbe svolto un summit per mettere le mani sui superbonus edilizi, con la partecipazione del reggente della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. A Dairago, nel centro storico, i boss avrebbero utilizzato i locali di una società commerciale per decidere le strategie di riciclaggio del denaro e sancire una pax mafiosa sul territorio.

Le udienze preliminari

Dopo quasi un anno di udienze, il 25 luglio si è chiusa la fase preliminare davanti al gip del Tribunale di Milano. Ora spetta al giudice decidere se i 143 imputati dovranno andare a processo e per quali reati. L’ipotesi più accreditata è che il dibattimento si apra in autunno, ma al momento non c’è ancora una data ufficiale. Quel che è certo è che Hydra ha messo a nudo la presenza radicata e trasversale delle mafie nell’Altomilanese, territorio scelto non solo come base logistica per la droga, ma anche come luogo per stringere patti e affari milionari.